In vista delle elezioni regionali della prossima primavera,
nei due principali raggruppamenti politici, prodotti dalla logica
del maggioritario, cresce il fermento per concordare candidature e
programmi. Ma l’attività dei partiti punta soprattutto
a definire tattiche e strategie per acquisire le posizioni più
vantaggiose nella contesa decisiva delle elezioni politiche, che si
terranno fra meno di un anno e mezzo.
Si susseguono a ritmo incalzante congressi e convention, e la stessa
arena parlamentare sembra una permanente tribuna elettorale dove sempre
più si inasprisce lo scontro politico. L’imposizione
a colpi di maggioranza di provvedimenti, discutibili sotto il profilo
della legittimità costituzionale e dell’imparzialità,
approfondiscono il solco di incomprensione, incomunicabilità
e ostilità che divide importanti componenti politiche, sociali,
professionali, istituzionali e territoriali del Paese: Parlamento
e Governo contro la Magistratura; garantiti contro precari; enti locali
contro i poteri centrali; e, manco a dirlo, volendo ricordare l’ironica
connotazione attribuita da Gramsci ai pregiudizi antimeridionali diffusi
al Nord, i “nordici” contro i “sudici”.
Intendiamoci: queste preoccupate osservazioni non riguardano soltanto
le attività dei partiti e dello schieramento che si richiamano
a quel complesso di orientamenti, mentalità e culture che prendono
il nome di berlusconismo, ma si riferiscono anche alla compagine prodiana
o dalemiana, che abbiamo visto alla prova nella passata legislatura,
con il suo carico di prepotenze e faziosità (dai bombardamenti
in Serbia alla sciagurata riforma della scuola e dell’università;
dall’avvio alla precarizzazione del lavoro, imposta col pretesto
della flessibilità, alla riforma del Titolo V della Costituzione,
varata a colpi di maggioranza al limitare della legislatura).
Ma tali responsabilità non possono in alcun modo occultare
il pericoloso processo involutivo che ha investito gli assetti democratici
nei gangli vitali delle sue articolazioni. Il Governo della Casa delle
libertà, infatti, si è distinto per il suo impegno nell’imprimere
una svolta autoritaria, nel privilegiare gli interessi personali del
suo leader e della sua più ristretta cerchia di sodali e delle
aziende da lui possedute.
Ora tutto sembra essersi rimesso in movimento, ma, per ciò
che avviene più vicino a noi, come si riflettono questi processi
nella realtà locale?
Qui, in particolare nella nostra città, riscontriamo tendenze
non dissimili da quelle rilevabili sul piano generale. Nel centro-destra
la logica prevalente è quella della personalizzazione dell’azione
politica. L’irresistibile spinta alla concentrazione nelle mani
di una sola persona del potere decisionale e della sostanziale neutralizzazione
di ogni ruolo autonomo degli alleati sembra la nota dominante a tutti
i livelli istituzionali. Il fatto che il polo di destra abbia meno
problemi ad adattarsi a queste logiche dipende dai processi che hanno
dato forma politica, culturale e organizzativa alla compagine neo-conservatrice
italiana. Il partito-azienda creato da Berlusconi e dai suoi collaboratori
di Fininvest e Publitalia, oltre a costituire il pilastro della “casa
delle libertà” dal punto di vista ideologico, si è
imposto irresistibilmente alle altre componenti come modello organizzativo
basato sulla figura del capo carismatico e sulle strutture gerarchiche
piramidali in cui è inquadrata una nomenclatura selezionata
secondo rigidi e occhiuti meccanismi di cooptazione.
Anche le vicende cittadine dimostrano che queste logiche si riproducono
capillarmente in tutte le articolazioni della pratica politica. Abbiamo
visto che anche qui ad Acquaviva chi dissente dal capo (in questo
caso il sindaco) non ha altra scelta che uscire dalla maggioranza.
Il sistema elettorale maggioritario esercita una analoga spinta unificante
anche nello schieramento dell’Ulivo, solo che qui le cose sono
più complesse e difficili per via della lunga tradizione proporzionalista
a cui le sue componenti sono storicamente legate. È molto forte
la resistenza delle forze politiche di centro-sinistra a cedere quote
di sovranità agli organismi unitari e in ciò pesa molto
la disparità e, in certe materie, addirittura l’incompatibilità
delle rispettive ideologie di provenienza: basti pensare alla fecondazione
assistita o alla politica estera o alle politiche sociali.
Questo problema è emerso anche di recente nei dibattiti che
si sono svolti nella nostra città in vista di congressi di
partito o delle imminenti campagne elettorali. Acquaviva è
stata sede di interventi di esponenti politici di primo piano del
centro-sinistra: da Violante a Divella, a Formica, a Vendola. Lo sforzo
di elaborazione politica e programmatica è senz’altro
importante e dimostra che esistono le condizioni per ridare slancio
e vitalità alla partecipazione democratica. Ma è altrettanto
concreto il rischio che il dibattito si limiti a ripercorrere e ripetere
le ragioni delle vecchie componenti della sinistra italiana, perennemente
e sterilmente divisa fra riformisti e massimalisti. L’impressione
complessiva che se ne ricava, per il momento, è di soggetti
politici portatori di impostazioni residuali, incapaci di cogliere
e di interpretare su basi nuove il bisogno di equità, dignità
e serenità di larghi strati sociali oggi in condizione di crescente
emarginazione. Al di là delle generiche espressioni di solidarismo
sociale e di riformismo compassionevole, solo dall’on. Vendola
si sono sentiti accenti decisi in merito all’esigenza di mettere
al primo punto la partecipazione democratica. Qualche segnale interessante
e nuovo viene anche dal gruppo dei socialisti che si va organizzando
intorno all’ex esponente del PSI Rino Formica. Nell’assemblea
tenutasi qui recentemente sono state rilanciate senza timidezze le
esigenze di tutela e valorizzazione delle risorse del Mezzogiorno
depredate da un sistema bancario coloniale e di rapina che soffoca
le potenzialità di sviluppo e di modernizzazione del Sud e
della Puglia in particolare. Questo ci sembra il punto: senza una
rinnovata iniziativa politica meridionalistica sarà l’intero
Paese a rimetterci e a perder colpi. Se si continuerà a rincorrere
le follie leghiste e le ideologie aziendalistiche non si potrà
arrestare la deriva che sta trascinando tutti al declino.