Sulla Chiesa di Santa Maria Maggiore
e l’annesso Convento dei Padri Zoccolanti



Pietra di consacrazione della Chiesa di Santa Maria Maggiore
(30 agosto 1620).

Attingendo da preziosissimi appunti e sintetiche note meticolosamente raccolte – in inedite cartelle (2004) – da don Peppino Pietrofrote, storico della nostra Città, con il presente contributo si vuole offrire al lettore qualche informazione in più in merito ad un’istituzione (forse) poco studiata e, quindi, meritevole di maggiore investigazione: la Chiesa di Santa Maria Maggiore con l’annesso ex-Convento dei Frati Minori (altrimenti detti Zoccolanti) in Acquaviva delle Fonti.
I primi dati si rifanno al 1656 quando Padre Bonventura da Fasano riporta che il Convento dei Frati Minori in Acquaviva – costruito probabilmente sulle vestigia di una chiesa preesistente – venne eretto per volontà del duce Antonio Donato Acquaviva d’Aragona (grande benefattore dell’Ordine) nell’anno 1525, sotto il pontificato di Clemente VII e durante il regno di Carlo V; il frate che assistette e guidò i lavori di costruzione si chiamava Padre Francesco Maria.
All’epoca del Bonaventura nel Convento potevano vivere comodamente 15 frati anche se al momento vi si registrava la presenza di sole 10 unità.
Il livello culturale del Cenobio era abbastanza basso dato che – secondo un inventario redatto nel 1600 – si evince che nelle celle dei diversi frati vi erano pochissimi libri. Nello specifico: frà Serafino di Bisceglie ne aveva 4, frà Gabriele da Taranto 3, frà Bonaventura da Cassano 3, (questi ultimi due possedevano anche la Regola di San Francesco e alcune summe), frà Roberto da Ruvo 1 (il calendario gregoriano), frà Jacomo da Conversano 4, frà Francesco da Giovinazzo 6 (il più erudito!). Il fatto che nessuno possedesse la bibbia (!) – e che molti altri frati neppure un libro – attesta come il Convento non fosse un vero e proprio centro propulsore di cultura. Ben più materiali erano, infatti, gli interessi che vi si “coltivavano”: come la gestione e la coltura delle terre circostanti – per l’appunto – di proprietà conventuale.
I lavori di costruzione della nuova Chiesa (oggi visibile) si avviarono nei primi anni del XVII secolo e nel 1611 si contavano 6 sacerdoti, 2 chierici e 2 laici per un totale di 10 unità in un Convento – per la verità – molto grande, dotato di giardino, di un chiostro ed una cisterna molto ampia.
A perpetua memoria della consacrazione della Chiesa fu realizzata una lapide che venne posta sul retro dell’altare maggiore, e fatta rimuovere, da don Peppino Ciccarone, nel 1964. Oggi fortunatamente detta stele (che riportiamo nella foto) si conserva nella sacrestia e così vi leggiamo: L’Illustrissimo e Reverendissimo Frate Pietro Petrarca della città di Tarato dell’Ordine dei Frati minori Vescovo di Fermo consacra la Chiesa di Santa Maria Maggiore il 30 agosto 1620.
Come accennato, economicamente il convento godeva di una certa agiatezza; si evince questo dai numerosi contributi percepiti dall’Università di Acquaviva, dagli oboli derivanti dalle messe celebrate nonché dai legati stipulati in occasione di sepolture eccellenti. Nel circondario, inoltre, il Convento deve aver avuto una certa importanza se si pensi alle numerose volte in cui ebbe in esso a riunirsi il Capitolo Provinciale dell’Ordine (come nel 1607, 1625 e 1644).
Nel 1664 i religiosi – insieme agli altri ecclesiastici ed al popolo di Acquaviva – accolsero trionfalmente (tributando i dovuti onori) il Principe Carlo De Mari, nuovo signore di Acquaviva (a tale proposito si veda L’entrata dei Principi De Mari in Acquaviva delle Fonti 1664-66. Relazioni inedite, Lucarelli, 1903).
Il Convento ha visto vivere ed operare tra le proprie mura numerosi ed illustri frati; su tutti emerge Padre Bonaventura Veracroce (o da Acquaviva). Dotto, buono e sapiente, Padre Bonaventura predicò per varie provincie divenendo Ministro Provinciale dell’Ordine nel 1641, quindi Officiatore Generale e candidato al Generalato nel 1642. Fu scrittore di diverse discorsi (ben 72) sul tema dell’Eucarestia e sulla Madonna Assunta in Cielo; pare sia sepolto nella Chiesa stessa e dovrebbe esserci una lapide in latino a ricordarlo ed ad indicare l’effettiva ubicazione della sepoltura (ma non mi è stato dato di trovarla; auspico migliore fortuna a don Mimmo Natale durante l’esecuzione degli imminenti lavori di restauro).
Altre figure certamente carismatiche e di spicco che vissero ed operarono nell’orbita del Convento furono: Padre Giacomo da Acquaviva, 50° Ministro Provinciale dell’Ordine nel 1653, il reverendissimo Padre Giovanni da Acquaviva, Lector e Ministro Provinciale nel 1732 e Padre Felice da Acquaviva anch’egli Ministro nel 1843, carica che ricoprì per oltre 10 anni.
Al 1843 il Convento faceva registrare la presenza di 9 padri, 4 laici ed uno studente (quest’ultimo, tale frà Aurelio da Rutigliano, diacono di 24 anni).
Come già detto apprendiamo che numerosi sono stati i lasciti ed i legati testamentari in favore dei frati minori e del convento; si citi, ad esempi, una lapide del 11 giugno 1727 della famiglia Amapani e il caso dell’arciprete Don Melosci che per testamento lasciava i propri beni ai Padri del Convento quale obolo per la celebrazione di 2 messe settimanali mundo durante (ovvero in perpetuo); messe da celebrare all’altare di Sant’Anna, con l’impegno, altresì, di officiare – per la festa della medesima Santa – una messa cantata e molte altre lette!
La storia del convento ancora una volta si intreccia con la storia della Città allorquando il 29 marzo 1799 fu invaso e saccheggiato dai briganti realisti capeggiati dal Soria (si veda, Lucarelli, 1903, Mastrorocco-Mastrorocco, 2003).
Nel proseguo di questa breve carellata storica è opportuno ricordare anche che in epoca preunitaria molti frati si dimostrarono filo-repubblicani ed appoggiarono la vendita carbonara acquavivese dal nome i “Proseliti di Catone”, le cui riunioni segrete – per l’appunto – avvenivano proprio nei sotterranei del Convento e della Chiesa.
Nell’estate del 1853 apprendiamo di un (simpatico) “scontro” che ebbe a crearsi tra i frati e Mons. Falconi allorquando durante la solenne processione del Corpus Domini, venne ordinato alla banda di collocarsi tra i religiosi ed il Capitolo cittadino; questo provocò il ritiro dalla processione dei frati minori che vi rientrarono quando la banda si posizionò davanti ai frati cappuccini ma il Prelato facendo riordinare la banda nuovamente dietro i frati minori suscitò l’indignazione di quest’ultimi che definitivamente si ritirano dalla processione. Tale comportamento ebbe strascichi polemici che culminarono con due lettere (del Falconi e dell’allora sindaco) tese a favorire la sospensione dall’ordine, del Padre Guardiano (purtroppo restano oscuri ed ignoti gli esiti ed i fatti seguenti).
Con decreto governativo del 17 febbraio 1861 il Convento – insieme a molti altri – venne soppresso ed i frati espulsi. Nel 1889, tuttavia, vi abitavano ancora un laico e due frati: Padre Luigi d’Andria, di Bari e frà Agostino d’Acquaviva, al secolo Giuseppe Radogna.
L’ultimo frate a vivere tra le mura del Convento fu Padre Clemente Cotrufo che ormai vecchio si ritirerà verso i primi del ‘900 a Cisternino, suo paese natale.
Dopo l’Unità d’Italia l’Amministrazione comunale avviò una serie di richieste al Prefetto di Bari per la cessione della struttura conventuale, richiesta che verrà accolta il 6 luglio 1869.
Per quanto concerne la Chiesa, invece, il 12 novembre 1893 veniva ceduta alla Confraternita di San Giuseppe che vi officerà fino al 1963.
Per la verità, all’indomani del decreto del 1861 e dell’effettivo impossessamento da parte del Comune i frati più volte cercarono di riacquistare il Convento ma senza successo come quando l’Amministrazione cittadina pare abbia impedito il riacquisto allorquando s’intendeva vendere tutto il Convento per Lire 11.000 ed i frati offrivano in contanti Lire 8.000 e a seguire la restante somma di Lire 3.000.
Venne appresso, quindi, la lottizzazione e la vendita dell’intera struttura a 5 privati alimentando numerosi seguiti giudiziari, che pare si siano protratti fino a qualche decennio fa con riferimento ad alcuni locali attigui alla Chiesa.
Nel 1879 si era in procinto di cedere una buona parte del Convento all’Ospedale dei Pellegrini per farne l’Asilo di Mendicità ma mons. Pellegrini pose delle condizioni che l’Amministrazione non accettò facendo cadere l’intero progetto. Cosa che si ripeté – dopo un’intricata vicenda – nel 1882 quando si pensò di far alloggiare una guarnigione militare in un’ala del Convento. Solo il grande giardino venne acquistato dal Canonico Domenico Panizza nel 1883 a Lire 6.050. Sul calare del XIX secolo venne, poi, allestita nei locali attigui alla Chiesa e per diversi anni una fabbrica di fuochi d’artificio.
E’ durante la Prima Guerra Mondiale che la Chiesa viene resa deposito di paglia del Reale Esercito, e la necessità di far passare traini e rimorchi favorirà l’abbattimento e rimozione del muro di cinta dell’intero Convento.
La Chiesa ottenne il riconoscimento giuridico il 31 ottobre 1942 e il 1 giugno del 1963 è stata costituita Parrocchia ed affidata a don Peppino Ciccarone, guida che si protrarrà per 41 anni fino a qualche mese fa quando il vescovo Paciello ha nominato nuovo parroco don Mimmo Natale cui vanno gli auguri più sinceri per un’opera pastorale sempre proficua ed efficace presso un’istituzione profondamente radicata nella storia della nostra Città.

Nunzio Mastrorocco