
Sulla
copertina il “Dragone” simbolo della spina dorsale
dell’universo secondo antiche tradizioni orientali
Da qualche decennio Cesare Colafemmina, uno dei più
autorevoli studiosi della storia, dei costumi, della cultura e delle
tradizioni ebraiche, riserva un posto preminente alla città
di Oria, importante centro ebraico nell’Alto Medioevo pugliese.
Già nel 1988 (Nozze nella Oria ebraica del secolo IX) ha tradotto
e commentato un epitalamio di Rabbi Amittai composto per le nozze
della sorella Cassia, secondo l’antica tradizione dei canti
nuziali risalenti alla Bibbia, come avverte nella prefazione lo studioso;
nel 2001 Cesare Colafemmina ha curato poi, con onere finanziario a
carico dell’Assessorato alla cultura del Comune di Oria, la
traduzione del ponderoso Libro delle discendenze, una sorta di cronaca
di Ahima Az Ben Paltiel, che illustra le «vicende di una famiglia
ebraica di Oria IX-XI secolo». Per la Messaggi Edizioni, con
il contributo finanziario della Curia vescovile di Oria, in una collana
da lui diretta appare in questi giorni di Vadim Putzu, piemontese
di origine sarda (il giovane autore ha condotto i suoi studi presso
l’Istituto di Orientalistica dell’Università di
Torino), un denso volumetto su Shabbetai Donnolo – Un sapiente
ebreo nella Puglia bizantina altomedievale. Anche Rabbi Shabbetai
nasce nel 913 d.C. ad Oria, che mezzo secolo fa intitolava al suo
nome la piazza di accesso all’antico quartiere ebraico, città
il cui clima culturale, in quel momento, appare fortemente caratterizzato
dalla presenza di una consistente comunità ebraica, quale testimonianza
di antiche frequentazioni e insediamenti giudaico-bizantini.
Putzu, conoscitore e studioso delle dottrine esoteriche e mistiche
il cui insieme costituisce la cabala, e la cui diffusione in Europa
sarà registrata due secoli dopo la morte di Shabbetai Donnolo,
nel suo accurato lavoro, ci fornisce notizie e analisi del contesto
storico interessante la comunità di Oria e la cultura ebraica.
In tale contesto l’autore svolge il racconto della vita, delle
opere e del pensiero di Donnolo, conosciuto come “il Medico”,
e la cui cultura medico-bizantina è annoverata dagli storici
della medicina fra quelle che influenzarono la famosissima Scuola
di Salerno. Nel senso proposto dal Putzu anche gli esperti per le
consulenze editoriali della recentissima Enciclopedia della Biblioteca
di Repubblica (volume 17°, p. 739), secondo cui Donnolo “lavorò
alla Scuola [salernitana] dopo aver subito la prigionia presso i saraceni”.
Donnolo è interessato non solo ai saperi scientifici (medicina
e astrologia) ma anche a quelli filosofici. Di questi Putzu si occupa
nell’ultima parte del libro.
In rapidissima sintesi, Donnolo (sta per “piccolo signore”,
da dominus) che scrisse opere di farmacologia e astronomia, compose
un commento al “Libro della creazione” con lo scopo precipuo
di indagare sui principi che presiedono all’origine delle cose
e che permettono di accedere al sapere possibile consentito all’uomo,
attraverso la scoperta delle varie fasi dello «sviluppo del
pensiero creativo e della conoscenza di esso». Anche la speculazione
di Donnolo si colloca nel filone neoplatonico che sarà poi
coltivato dalla filosofia araba medievale, e recepisce forse gli ultimi
messaggi del pensiero greco. Per questa via l’indagine di Donnolo
contribuisce al tentativo di delineare un sistema di pensiero appunto
di tipo neoplatonico di carattere “emanatistico”, in quanto
la varia e molteplice umanità “emana” da Dio, assoluta
unità creatrice, per “irradiazione” volontaria
(se così si può dire) e senza alcuna intermittenza.
Così lo Spirito Santo «pur essendo eterno, non è
coetaneo a Dio», perché promana da Lui e in quanto logos
(e dunque entità spirituale) viene prima del mondo empirico
(macrocosmo) e dell’uomo (microcosmo), in cui si incardina la
realizzazione del progetto divino. Il rapporto/confronto tra macrocosmo
e microcosmo viene esaltato da Donnolo, e l’uomo, in quanto
simile a Dio e all’Universo, può con un atto creativo
dar vita ad un altro uomo e cioè ad un altro microcosmo «a
partire dal proprio corpo».
Putzu analizza assai acutamente non solo il pensiero di Donnolo che
utilizza i suoi saperi scientifici nel delineare il suo sistema filosofico,
ma ricerca tutti i collegamenti e le relazioni non solo con gli altri
maestri arabo-giudaici, rilevandone i tratti di originalità,
ma anche con gli autori di fede cristiana, che ancora in tempi altomedievali
avvertivano l’importanza e il fascino delle teorie neoplatoniche.
Un grande pugliese, quindi, Donnolo, sapiente – come avverte
l’autore nel sottotitolo – della Oria ebraica del secolo
X, che noi non addetti ai lavori possiamo conoscere solo oggi anche
attraverso l’opera divulgatrice del Putzu che, di recente, del
“nostro” si è occupato pure in un ampio saggio
pubblicato in una raccolta di studi di autori vari dedicati esclusivamente
a Shabbetai Donnolo, studi promossi dal Dipartimento di studi asiatici
dell’Università di Napoli “L’Orientale”
sulla Scienza e cultura ebraica nell’Italia del secolo X. Un’articolata
e interessante recensione del libro del Putzu è apparsa a cura
di Davide Carlucci su «la Repubblica» di mercoledì
7 dicembre. Sulla “riscoperta” di Donnolo si è
occupato autorevolmente lo stesso Cesare Colafemmina sulla “Gazzetta”
del 6 gennaio. Il volume del Putzu è stato pubblicato nella
prestigiosa collana diretta da Cesare Colafemmina “Iudaica mirti”,
ove il riferimento al mirto, un arbusto sempre verde diffuso nella
macchia mediterranea, nell’antichità classica simbolo
dell’amore perché sacro a Venere, non è casuale
perché – mi spiega lo studioso – nella tradizione
ebraica la pianta dai profumati petali bianchi simboleggia il profumo
della scienza.