
In attuazione del disposto dell’articolo n. 38
del Regio Decreto del 6 novembre del 1910 «per l’esecuzione
del V Censimento generale della popolazione del regno e del I Censimento
degli opifici e delle imprese industriali» e della deliberazione
di Giunta del precedente mese di febbraio, il Consiglio Comunale di
Acquaviva nella riunione del 22 aprile 1911 provvede alla denominazione
«delle nuove vie sorte per ingremento [sic] di nuovi fabbricati»
con i nomi «di concittadini illustri».
Una strada del rione di nuovo popolamento detto «Orto Ingegno
Basso» (che grosso modo corrisponde alla zona in cui attualmente
sorge la scuola media “Giovanni XXIII”), il Consiglio
delibera di intitolarla ai «fratelli Paceco e Palmiero De Rosa,
pittore il 1° ed architetto il 2°, tanto elogiati dal Simone
nella Storia di Conversano».
Ma – che ciò sia da ascrivere ad una variazione intervenuta
già in fase di prima attuazione della deliberazione consiliare
o a modifiche successive nella toponomastica cittadina – è
al solo Palmerio De Rosa che, attualmente, risulta intitolata una
strada del vecchio rione «Orto Ingegno Basso», quella
che collega via Alessandro Volta a via Vitantonio Tria.
È un personaggio, quello di Palmerio de Rosa (o De Rosis),
di cui – ad onta delle convinte affermazioni ed attribuzioni
della succitata delibera consiliare, da altri poi acriticamente riprese
e ribadite – molto poco mi pare si possa dire con fondata certezza
o convincente attendibilità: infatti, dalle qualifiche ed attribuzioni
professionali (architetto e artista) ai riferimenti (sopra richiamati)
relativi a famiglia e parentele, tutto quel che a lui è riferito
è ipotetico e vago o, addirittura, frutto di incontrollata
fantasia. Cosa che mi pare opportuno sottolineare anche perché
ancora oggi si continuano a ripetere e diffondere, su questo personaggio,
notizie opinabili o inesatte.
Che il De Rosa fosse mastro-fabbricatore (magister) è un dato
che si dovrebbe considerare comprovato ed acquisito perché
documentato da un’iscrizione rinvenuta nella cattedrale di Conversano
(Foto nella pagina dell’archivio del prof. Liuzzi): è
probabile, quindi, che, come avveniva all’epoca per altri mastri-costruttori,
possa riferirsi anche a lui la qualifica di architetto. Che egli sia
stato anche lapicida-scultore è cosa affermata ma, che mi risulti,
non certificata. Che il suo nome possa essere messo in relazione,
come si continua a fare, con l’edificazione cinquecentesca della
chiesa matrice acquavivese (di cui egli sarebbe stato il magister
fabricae) mi pare cosa poco probabile, comunque non fondata su documentate
attribuzioni. Che possa essere stato fratello di Giovan Francesco
“Pacecco” De Rosa è cosa assolutamente infondata
e decisamente da rigettare.
È l’architetto Sante Simone che – quasi in atto
d’omaggio verso la città dei suoi committenti (il Simone,
come è noto, nello scorcio finale dell’Ottocento progetta
e dirige lavori di restauro nella cripta, ma non solo, della cattedrale
di Acquaviva) – “recupera” e propone all’attenzione
la figura di mastro Palmerio De Rosa indicandolo, pur in assenza di
indicazioni certe (ma, in ogni caso, ad onor del vero, in forma dubitativa),
quale probabile artefice dei lavori della cattedrale di Acquaviva.
Infatti, sulla base di una lapide del 1500 da lui rinvenuta durante
i lavori nella cattedrale di Conversano indicante in Palmerius de
Rosis de Aquaviva il magister degli interventi nella stessa chiesa
(eseguiti su incarico di mons. Donato Acquaviva – ventiquattrenne
vescovo di Conversano e fratello di Andrea Matteo III conte di Gioia
e signore di Acquaviva, Casamassima e Cassano – e consistenti
nell’ampliamento delle navate laterali della chiesa e nella
loro copertura con un soffitto piano), ed in virtù di un’asserita
affinità stilistica tra manufatti scultorei della chiesa di
Conversano al De Rosa attribuiti (non si sa su quali basi) ed altri
(in che modo identificati ed attribuiti non è dato sapere)
«della Chiesa della sua patria», l’architetto Simone
propone come fatto «probabilissimo che i lavori di ampliamento
del tempio maggiore» di Acquaviva «sieno stati eseguiti
dal Palmerio».
E, in vero, potrebbe essere, quella dell’architetto conversanese,
un’ipotesi non priva di plausibilità teorica perché,
come lo stesso Simone suggerisce, «nei due paesi, cioè
in Conversano ed in Acquaviva dominavano persone della stessa famiglia»,
cioè quella (di antiche tradizioni nobiliari e di sicura rilevanza
nella storia politica e culturale del Regno di Napoli, e non solo)
degli Acquaviva d’Aragona.
Ma un’ipotesi non è una prova.
E che il De Rosa abbia prestato la sua opera anche nella chiesa di
Acquaviva non mi pare sia suffragato da prove documentali così
come non vi sono elementi per affermare, come invece fa il Simone,
che siano effettivamente opera del De Rosa quelle «colonne con
capitelli di bellissima esecuzione e composizione» presenti
nel «tempio acquavivese».
E se (dando per provata la dichiarata abilità artistico-professionale
di Palmerio) sul piano teorico può essere logico ipotizzare,
come fa il Simone, che «Acquaviva avendo sì abile artista,
ch’era chiamato altrove ad eseguire pregevoli lavori, doveva
al certo servirsi di lui nelle sue opere», non è detto
che ciò sia avvenuto realmente.
E per le ragioni più svariate. Per esempio per l’impossibilità
materiale di farlo.
Il tempo intercorso tra i lavori della cattedrale di Conversano (realizzati
negli ultimissimi anni del Quattrocento) e l’avvio (nel 1529,
secondo una ormai consolidata datazione) di quelli della chiesa di
Acquaviva è di quasi un trentennio: quale certezza si ha, non
essendo note coordinate e durata della vita del De Rosa, che egli
sia, a tale data, ancora in vita o attivo?
Quindi solo sull’incerto terreno delle ipotesi e non su quello
solido e fidato delle certezze ci si dovrebbe muovere qualora si volesse
correlare il nome del De Rosa ai lavori cinquecenteschi della nostra
chiesa matrice. Sicché quanto meno discutibile è l’annotazione
che si può leggere nella tabella di informazione storico-artistica
di recente collocata davanti alla cattedrale in cui Palmerio De Rosa
è indicato – e non in forma dubitativa, come, invece,
sarebbe stato corretto e doveroso fare – come l’architetto
dell’edificio sacro cinquecentesco.
Sulla scia del Simone, ed acriticamente assumendo parole e qualifiche
attribuite al De Rosa nella succitata deliberazione consiliare, Nicola
Castellaneta nell’articolo Di un illustre artista acquavivese
pubblicato ne «Il giornale di Acquaviva» del 5 marzo 1912
(fonte per altri successivi scritti sul Palmerio) oltre ad attribuire
(ma bisogna credergli sulla parola perché nulla adduce a sostegno
delle sue affermazioni, sostanzialmente mutuate dal Simone) al De
Rosa «le colonne che sono al fabbricato Perrone, adibito ad
uso di cantina, sulla Piazza Mercato, che presentano splendidi capitelli»
e «le altre colonne che ornano la Porta della Piazza dei Martiri,
e che ora si trovano all’ingresso del Cimitero», enfaticamente
(quanto poco credibilmente), definisce Palmerio (del cui casato ribadisce
l’origine acquavivese) l’esponente di «una vera
dinastia di architetti, ingegneri, pittori ed artisti in genere».
Aggiungendo anche (fantasiosamente) che «di questa famiglia
[di quella, cioè, di Palmerio] fu quel Paceco che dipinse una
tela che si ammira nella prima sala del Museo di San Martino in Napoli»
nonché «il pittore michelangiolesco, Carlo Antonio, la
cui tomba è posta in una chiesetta di Bitonto».
Non è questa la sede per approfondire il problema. Però
qualche fuggevole annotazione è pure possibile e doveroso farla.
Destituita di ogni fondamento (e cartina di tornasole, forse, per
valutare l’attendibilità di altre affermazioni ed attribuzioni
relative al De Rosa) a me pare l’asserita relazione di parentela
dell’ “architetto” Palmerio con il noto pittore
napoletano Giovan Francesco “Pacecco” de Rosa (un artista
che ha una forte presenza nella pittura di Puglia dove sono attestate
sia opere di sua mano che derivazioni da suoi originali. In “Pacecco”
sull’iniziale influsso culturale del patrigno Filippo Vitale,
che è tra i primi pittori napoletani a recepire le suggestioni
caravaggesche, s’innesta, con incisiva evidenza, il magistero
di Massimo Stanzione, una delle più rappresentative figure
della pittura napoletana della prima metà del Seicento).
Nelle date è da ritrovare un’inoppugnabile smentita a
tale asserita parentela.
Il “Pacecco” nasce a Napoli da Tommaso e Caterina De Mauro
nel 1607 e muore nell’ottobre del 1656. Tommaso de Rosa, padre
(presunto) di Palmerio e padre (certificato) del “Pacecco”
(nonché di Diana, detta anche Dianella o Annella, anch’essa
pittrice, nata nel 1602 e morta nel 1643, e di un’altra figlia
che sposa il pittore Juan Do), muore a Napoli nel 1610.
Se Palmerio e il “Pacecco” fossero effettivamente fratelli
(come asserito nella citata delibera consiliare), e perciò
entrambi figli di Tommaso, si avrebbe una situazione davvero insostenibile:
tra i due (presunti) fratelli dovrebbe intercorrere, infatti, una
(assolutamente impensabile) differenza d’età di ben oltre
cento anni (di Palmerio, come già detto, è attestata
l’attività lavorativa già prima del 1500 laddove
la data di nascita del “Pacecco” si colloca nel 1607)
mentre per Tommaso, novello Matusalemme, si dovrebbe ipotizzare una
vita ultrasecolare (ed una invidiabile capacità procreativa,
se si pon mente alle date di nascita di Giovan Francesco “Pacecco”
e di Diana).
Che si possa individuare la sua famiglia di origine e disegnare il
sistema di parentele in cui collocare Palmerio de Rosa è cosa
difficile ma forse non impossibile.
Meno probabile mi pare, invece, allo stato attuale (ma spero di essere
quanto prima smentito), che di questo personaggio si riesca a delineare
un completo ed attendibile profilo biografico e professionale che
disponga entro chiari e netti confini la sua esistenza terrena, che
rilevi ed indichi tracce della sua prima formazione, che individui
e lumeggi con ampiezza e certezza documentale la complessiva esperienza
professionale. Intanto è almeno possibile, anzi doveroso, far
la tara ad arbitrarie attribuzioni introducendo, a seconda dei casi,
il necessario beneficio del dubbio o rimuovendo affermazioni che un
pizzico di riflessione e di buon senso, ed un minimo di informazione,
evidenziano subito come assurde ed improponibili.
Affermazioni alla cui base v’è, forse, un originario
intento di “nobilitare” un probabilmente onesto ed apprezzabile
esponente dell’artigianato locale (la cui valentia non è,
comunque, direttamente verificabile e sicuramente predicabile) entusiasticamente
proponendo per lui (in buona fede, si spera; comunque con grande approssimazione
e superficialità) elevati meriti professionali ed illustri
quanto improbabili legami parentali con affermati esponenti della
cultura e dell’arte. E, per amor di campanile, definitivamente
elevandolo al rango di «illustre artista».