Antenati fiamminghi, arte e cromie nei geni ereditati
e trasmessi, paesaggi e genti di Puglia nel cuore…
Giuseppe Van Westerhout, “Pittore e Maestro d’Arte”,
nasce a Gioia del Colle il 3 marzo del 1929. Dai dieci ai venti anni
frequenta la Scuola di Disegno diretta dal Maestro Castellaneta, prosegue
gli studi a Roma presso la Scuola d’Arte di San Giacomo e l’Accademia
di San Luca, in questa città trascorrerà trentacinque
anni interamente dedicati alla pittura, esponendo nelle prestigiose
gallerie “La Barcaccia” e C.I.D.A., in innumerevoli mostre
personali in tutta Italia… tanti i premi e i riconoscimenti
accordati alle sue opere e alla sua Arte.
Famiglia, moglie e figlie, punti di riferimento importantissimi, sono
le sue radici e a Gioia ritorna appena può, per trarre ispirazione
dalla sua terra, dai suoi borghi, dai suoi concittadini. Tra i primi
ritratti compaiono i volti della sua mamma, delle sue sorelle, tra
gli ultimi i rettori dell’Università di Bari ed altri
personaggi particolarmente in vista. Negli anni ’50 a Roma si
dedica all’Arte Sacra, suoi diversi dipinti raffiguranti i miracoli
di beatificati, dalle dimensioni che sfiorano gli otto metri di altezza
e i quattro di larghezza, esposti nel corso della santificazione al
Vaticano e poi donati alle cattedrali delle città natali dei
Santi. Una maestosità che ritorna nei suoi “Studi da
opere classiche”, una sfida che l’artista ingaggia e vince,
confrontandosi con i grandi del passato, Tiziano, Caravaggio, Raffaello,
Rembrandt, Rubens, penetrando nei loro segreti, nei pensieri svelati
da luci, ombre e chiaroscuri, dall’impasto dei colori ad olio,
dei pastelli, su tele preparate “all’antica”.
Nel suo studio al quinto piano di via Regina Elena tanta luce, punte
ondeggianti di verde svettano nel vano tentativo di distrarre da visioni
di altre “nature” incantevoli anche se “morte”,
più vere e più vive della realtà che vorrebbero
rappresentare, vibranti e pronte a danzare alle note della musica
classica che le ha cullate sin da “bozzetti”. Sul cavalletto
nasce un camino, con accanto un ombrello, sul fuoco una pentola…
intorno un tripudio di colori serrati, imprigionati in preziose cornici,
nella terra “rugginosa” dei campi, nei “carpari”
delle cantine, in archi, vicoli, scorci di tegole umide, in angoli
di casolari antichi, in polverosi viottoli “ciottolosi”
che rasentano boschi ammantati d’autunno, e ancora in muretti
a secco, ulivi immortalati in tormentati abbracci, cieli crepuscolari,
tramonti, albe, pampini rossi e dorati frementi di gioia, in attesa
della festa della vendemmia!
Luoghi antichi che evocano ricordi smarriti nel tempo: cesti, padelle,
giare, erpici, carretti… una storia che si racconta attraverso
lo sguardo. Paesaggi e scenari da cui si leva una brezza che, spirando
sulle ceneri della globalizzazione, riaccende le incandescenti braci
del sacro fuoco dell’appartenenza. Le gocce di sudore sulla
fronte dei contadini curvi nei campi, la loro fatica, le mani callose,
la schiena impietosamente e dolorosamente piegata dal duro lavoro,
l’arsura dell’estate tra covoni di grano dorato, l’acre
odore della cipolla, l’afrore dello stallatico, il profumo pungente
del mosto, il cigolio del carretto che torna a casa sollevando una
scia di stanca polvere mentre le ombre della sera si allungano…,
visioni, sensazioni, profumi e suoni che queste opere evocano con
pochi, rapidi tratti. Macchie di colore in cui alita la vita, pervase
dai pensieri e dai vissuti che l’artista, ancora una volta,
ha “ghermito” alla realtà, all’anziana donna
che con l’uncinetto annoda avanzi colorati di lana e di ricordi
intarsiando, forse, l’ultima coperta della sua vita, al contadino
che si concede un istante di riposo e poggiato stancamente al muretto,
sbocconcella un pezzo di pane, alla giovane donna che accompagna l’erpice
tirato dal cavallo e sorride nell’ombra, ai volti accaldati
dalla vendemmia che fioriscono tra viti, tralci e pampini impegnati
in un “frenetico” chiacchiericcio, alla natura colta in
ogni stagione, al suo risveglio, nel suo riposo, nei colori della
sua rigogliosa bellezza. A queste realtà filtrate con emozione,
sensibilità, trasporto e amore, a questi volti rugosi scolpiti
dagli stenti e dal tempo, così familiari e così lontani,
che indugiano nelle nebbie dell’oblio vibranti di struggente
nostalgia, a queste figure operose di cui si intuiscono i pensieri,
si percepiscono gli acciacchi e gli affanni, l’artista ha donato
il più prezioso dei doni: l’eternità, e a noi…
il ricordo di una semplice, antica, smarrita felicità!