Quei lunghi pomeriggi d’inverno


Nell’alternarsi di giornate uggiose, ventose, neve e tanto freddo. Ardevano i ceppi di legna nei camini, mentre rossi e scoppiettanti lapilli volavano nella cappa nera e buia, come vaghe stelle di lontane notti d’agosto. Un pentolino di creta bolliva quasi sempre accanto alla brace o su vecchie stufette di ghisa e il profumo dei legumi si mescolava con quello delle melacotogne e di enormi zucche gialle, messe in bella mostra sulle antiche credenze o sulla mensola del camino. Tornavamo da scuola affamati, infreddoliti, il nasino rosso e le mani gonfie e screpolate dai geloni. Ci accoglieva il calore della minestra e quello del grande braciere ricolmo di rossa carbonella… “Bambini, c’è una sorpresa…”, gridava la nonna. Prendeva un paletto di legno, rimescolava nella brace e fra la cenere spuntavano due o tre patate abbrustolite, croccanti, bollenti. I tardi pomeriggi scorrevano lenti. Sul grande tavolo da cucina si svolgevano i compiti di scuola. Dalle cartelle di spesso cartone, con gli angoli consumati, spuntavano semplici quaderni, libri, alcune volte riciclati, gessetti colorati e l’immancabile boccetta d’inchiostro nero per intingere il pennino. Clic! Che strano rumore emetteva la chiusura metallica della cartella. S’impiastricciavano le labbra con le matite copiative, i polpastrelli delle mani erano sempre sporchi d’inchiostro, così anche alcuni fogli di quaderno. I quaderni! Che tenerezza ricordarli! I labbri degli angoli sempre rivolti all’insù, per via del gomito che inavvertitamente poggiavamo. Cercavamo con le mani di far sparire quelle brutte piegature…, niente da fare e i quaderni appena comprati sembravano vecchi e sciupati. Quante litigate mentre grida, matite e libri volavano sui visetti, dove graffi e qualche livido, sbiadivano in fretta. E poi, il premio per chi aveva avuto un bel voto a scuola: la crema di latte e zucchero. La mamma, attenta a non far attaccare sul fondo del tegame il latte, la gira e rigira. Ah, l’odore della vaniglia, della corteccia di limone, della cannella! Finalmente ecco scodellare su un grosso piatto di creta a fiorellini azzurri la morbida crema bollente, così invitante da non resistere alla tentazione di tuffarci un ditino per assaporarla furtivamente. Ma il baccano e lo scompiglio arrivavano quando la mamma depositava la pentola vuota sul lavello. Spintoni, pizzicotti, corse a chi per primo tentava di ripulire con le dita il lunghissimo mestolo di legno e quel poco di crema attaccata alle pareti del tegame.
Durante la settimana c’erano i pomeriggi dedicati al catechismo. Si correva in parrocchia, non prima di aver comprato da quelle strane botteghe dei borghi, pesciolini di liquirizia nera e qualche carruba. In chiesa, seduti su vecchi banchi, il parroco soleva interrogarci: “…Avete studiato? Allora ditemi: chi ci ha creati? …chi è Dio? …dov’è Dio?”. Alcuni rispondevano, altri tartagliavano e il parroco, scuotendo il capo, ci dava amorevolmente un pizzicotto o uno scappellotto e se ne andava con il suo mantello breve, verso la sacrestia. “Silenzio, non fate chiasso, siamo nella casa di Dio”, ci ammonivano le anziane catechiste. “Inginocchiatevi”, e ci additavano una porticina dorata sull’altare, dove brillava, eternamente acceso, un lumino danzante. Quante canzoncine imparavamo! L’organista, con gli occhialini sul naso, la sciarpa di lana al collo, pigiava delicatamente sui pedali dell’organo, si affannava a dividere le vocine belle da quelle stonate, con la mano batteva il tempo e poi suonava con tanta dignità da sembrare un maestro d’orchestra accanto al coro.
Tra i ricordi felici dell’infanzia, il profumo del pane appena sfornato, quello della zuppa di latte e orzo e quello della biancheria, messa ad asciugare in casa durante l’inverno. Panni lavati così bene dalle nostre mamme, odore di sapone, di pulito! A tarda sera, stanchi, seduti intorno al braciere, stendevamo le mani sul fuoco per riscaldarci e la voce paziente della mamma leggeva il libro CUORE, l’amico Garrone, il piccolo scrivano fiorentino, la piccola vedetta lombarda. C’era anche la storia di Pinocchio, l’amato burattino e tutte le volte la mamma concludeva con la solita frase “Non dite mai bugie, siate buoni, altrimenti il vostro naso s’allungherà, le orecchie cresceranno e diventerete anche voi tanti asinelli”. Gli occhi cedevano pian piano al languore del sonno e la voce della mamma giungeva da lontano, poi taceva. Indossati i pigiamini colorati ci tuffavamo nei lettini, immergendoci subito nel regno dei sogni. … Erano lunghe le sere d’inverno, ma il calore della semplice casa, la presenza e la tenerezza dei nostri cari, rendevano la vita dolce, sicura e spensierata. Con i cuori colmi d’amore, ci sentivamo dei piccoli re.

Marisa D’Elia