
Berna.
A sinistra Giacomo Eramo a destra Nicola Stork mentre
prelevano campioni da fornace da vetro del XVIII sec.
La nostra regione è una delle più ricche,
a livello nazionale, di offerta archeologica (musei, siti visitabili,
monumenti, ecc.). Se si volesse estendere lo sguardo sulle migliaia
di emergenze archeologiche ad oggi censite dalla Soprintendenza e
sui ritrovamenti, ci si renderebbe conto di quanto il nostro passato
peserà sul nostro futuro. Il “caso Monte Sannace”
ha evidenziato quanto sia delicata la tutela e la gestione delle aree
archeologiche nel quadro dell’amministrazione di un territorio.
Molto spesso un ritrovamento archeologico sembra essere più
un problema che una risorsa. Il tempo e il denaro necessari per la
ricerca archeologica, sempre insufficienti, pongono seri problemi
sulla gestione del patrimonio culturale ereditato. Chi si occupa della
ricerca archeologica in Italia? Il patrimonio archeologico è
un bene culturale e/o economico? Sulla base della mia esperienza personale
cercherò di rispondere a questi quesiti e di raffrontare la
situazione italiana a quella della Svizzera, paese in cui lavoro.
L’articolo 9 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica
promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
Non ci sarebbe altro da aggiungere, ma tra il dire e il fare…
Com’è noto, il “Ministero per i Beni e le Attività
Culturali”, attraverso il lavoro delle varie soprintendenze
dislocate sul territorio nazionale, provvede alla tutela, valorizzazione
e conservazione di tutto ciò che è considerato bene
culturale (D.Lgs. 29.10.1999, n. 490). Di contro, le risorse economiche,
umane e tecniche per gestire tutto ciò sono spesso provenienti
dall’esterno (ad es. scavi archeologici, restauri, manutenzione
e quanto altro). In un paese come l’Italia, che occupa il primo
posto a livello mondiale per numero di beni culturali, la questione
delle risorse economiche è nodale. La sproporzione esistente
fra patrimonio culturale, quanto meno da tutelare, e le risorse economiche
statali, rendono necessario il contributo di privati nell’arduo
tentativo di salvare il salvabile. Anche l’importante stanziamento
(465 milioni di euro) del “Piano del Lotto 2004-2006”
destinato dall’attuale governo a interventi di restauro e attività
culturali, sembra essere una goccia nell’oceano. Mentre verrebbe
da chiedersi quali siano i vantaggi per la gestione del patrimonio
culturale derivanti dalle (s)vendite di immobili e monumenti attuate
da questo governo. E che dire della proposta di legge che prevede
la possibilità per un privato già in suo possesso clandestino
di un bene culturale mobile, di acquistarlo ad un decimo del suo valore?
Tale legge, se fosse approvata, potrebbe trasformarsi in un condono
senza limiti temporali e cancellerebbe alcuni reati quali l’uscita
o l’esportazione illecita e le violazioni in materia di ricerche
archeologiche (scavi clandestini). Ma torniamo alla questione principale
della ricerca archeologica nel nostro paese. Il “Codice dei
beni culturali e del paesaggio” (D.Lgs. 22.01.04, n. 42) sancisce
che le ricerche archeologiche sono riservate al Ministero (Art. 88).
Tuttavia è prevista la possibilità di dare in concessione
a pubblici o privati l’esecuzione delle ricerche (Art. 89).
I partner del Ministero per la ricerca archeologica e la valorizzazione
sono da una parte le Università, dall’altra le associazioni
e le cooperative che operano in settori specifici dei beni culturali.
La ricerca affidata alle Università, oltre a garantire un’elevata
qualità del lavoro svolto, si traduce anche in un notevole
risparmio per il Ministero a spese dei laureandi e degli specializzandi
che lavorano gratis per la propria formazione. Un ulteriore contributo
viene anche da appassionati di archeologia che, organizzati in associazioni,
fanno volontariato culturale. Mentre le piccole società cooperative
di archeologi (neolaureati e professionisti) rappresentano per questi
un mezzo per migliorare l’offerta lavorativa nel difficile mondo
dei beni culturali. I finanziamenti sono assicurati, oltre che dal
Ministero, anche dai fondi per la ricerca universitaria e da contributi
degli Enti locali interessati. In Puglia, molti progetti sono finanziati
da Regione, Province e Comuni, spesso con contributi europei. Un ruolo
non secondario è ormai giocato da Banche e da altre Società
pubbliche e private in grado di fornire cospicue risorse, che legano
in questo modo la loro immagine ad attività culturali per scopi
pubblicitari.
E i nostri vicini d’oltralpe? Il 28 settembre 1996 è
entrata in vigore in Svizzera la “Convenzione europea per la
salvaguardia del patrimonio archeologico” (RS 0.440.5). Tale
convenzione ha permesso di meglio definire, rispetto alla precedente
normativa (Art. 24sexies della Costituzione federale e Legge federale
451 del 01.08.1966), cosa è archeologico e come deve essere
protetto. In principio, ogni cantone deve provvedere alla protezione
della natura e del paesaggio, tuttavia è previsto un sussidio
della Confederazione in funzione dell’importanza del bene da
proteggere e della capacità finanziaria del singolo cantone.
Non tutti i cantoni hanno una “soprintendenza” e la sensibilità
nei confronti dell’archeologia è quanto mai varia su
tutto il territorio svizzero. La ricerca archeologica in questo paese
è sostanzialmente legata al ritrovamento casuale e agli scavi
archeologici di salvataggio; raramente a campagne di scavo mirate.
Ciò vale anche per aree archeologiche di notevole interesse
come le città romane di Aventicum e Augusta Raurica, ove gli
scavi si eseguono in concomitanza di lavori pubblici o privati. Persino
le Facoltà di archeologia svizzere concentrano la loro ricerca
sui ritrovamenti fatti nei vari cantoni, senza condurre campagne di
scavo autonome. A livello federale, la realizzazione di nuovi tratti
autostradali costituisce un importante mezzo per il ritrovamento e
lo studio di materiali archeologici. Il budget per la costruzione
di nuovi tratti autostradali è comprensivo di tutte le spese
che vanno dallo scavo alla pubblicazione definitiva della documentazione
archeologica. È importante sottolineare che i lavori di manutenzione
e ampliamento della rete autostradale svizzera sono finanziati in
minima parte da un abbonamento annuale per la circolazione e in gran
parte da una percentuale sul costo del carburante. In sostanza, facendo
rifornimento dal distributore, gli svizzeri finanziano anche la ricerca
archeologica.
Il confronto tra i due paesi è sicuramente impari, rispetto
al numero di beni culturali e alle condizioni economico-sociali. Sebbene
la Svizzera sia meno ricca dell’Italia in beni culturali, grazie
alle sue infrastrutture e alla sua proverbiale organizzazione è
in grado di trasformarli anche in beni economici. Da noi, invece,
soprattutto nel Sud, in questi ultimi anni l’interesse per l’archeologia
e più in generale per il patrimonio storico e artistico è
cresciuto nella prospettiva di incentivare il turismo culturale. Nel
concreto, molte aspettative sul rilancio economico e sulla creazione
di posti di lavoro sono rimaste deluse. Solo chi ha saputo coniugare
la qualità dell’offerta culturale a quella dei servizi,
è riuscito a creare sviluppo e occupazione, trasformando il
patrimonio in una risorsa. Per raggiungere un tale obiettivo abbiamo
ancora molta strada da fare, come dimostra la difficile situazione
della società “Novamusa” che gestisce i servizi
aggiuntivi nei musei pugliesi. Il licenziamento del personale addetto
ai bookshop e alle biglietterie sta comportando una riduzione dei
tempi di apertura al pubblico, danneggiando l’offerta culturale.
Ma il valore della conoscenza sfugge al marketing e, a mio modesto
avviso, l’obbligo di preservare il nostro patrimonio culturale
viene prima di qualsiasi legge di mercato. Sapere chi siamo stati,
traccerà il nostro cammino.