Scuole e maestri nella storia
gioiese

Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”.
La frase attribuita a Massimo D’Azeglio, divenuta ancora più
nota negli ultimi decenni a causa della attualità assunta dai
problemi connessi al mancato sviluppo di una vera unità nazionale,
nasceva dalla indubitabile constatazione dell’assenza, nel Paese,
dei caratteri distintivi specifici di una Nazione, quali il sentimento
di solidarietà nazionale, il cosiddetto “Idem sentire”
– concetto ripreso con fortuna dai movimenti politici che si
battono per una forte autonomia delle regioni settentrionali dal potere
amministrativo romano –; oltre che, su un piano più pratico,
la comunanza di sentimenti religiosi, di consuetudini morali e di
idiomi popolari. Tralasciando tutti i discorsi fatti circa la fondatezza
dell’utilizzo di tali elementi per connotare realmente un processo
di unità nazionale (si veda al riguardo F. Chabod, L’IDEA
DI NAZIONE, Laterza, Roma-Bari, 1967), è indubitabile che il
problema della scarsa conoscenza della lingua italiana fosse uno dei
più seri che i primi governi unitari dovettero affrontare:
al momento della nascita dello Stato italiano gli italofoni, cioè
coloro che riuscivano ad esprimersi in italiano, erano appena il 2,5%
della popolazione, concentrati in Toscana e nella provincia di Roma;
al di fuori di queste zone, solo le persone più acculturate
erano in grado di usare correttamente una lingua diversa dal dialetto
locale nella comunicazione formale. Ancora alcuni decenni più
tardi gli emigranti italiani negli Stati Uniti, se provenienti da
regioni diverse, per comprendersi erano costretti a ricorrere ad un
rozzo gergo derivato dall’inglese piuttosto che usare quella
che, stando ai testi di geografia, era la loro lingua ufficiale (cfr.
M. Banti, La nazionalizzazione delle masse, in STORIA CONTEMPORANEA,
Donzelli editore, Roma, 2003, pag. 163).
Questa drammatica situazione era la logica conseguenza non solo della
secolare divisione politica della penisola ma anche del forte grado
di arretratezza culturale in cui versavano i suoi abitanti, soprattutto
nelle regioni centro-meridionali, a causa della modesta attenzione
riservata all’istruzione pubblica nei secoli precedenti. Nel
Regno di Napoli, in particolare, solo in età moderna inoltrata
furono adottati i primi significativi provvedimenti da parte dell’amministrazione
statale per la costituzione di un moderno apparato scolastico. Prima
di allora l’istruzione, soprattutto quella elementare, era stata
di assoluta pertinenza degli organismi religiosi, tra i quali si distinse
per efficienza e diffusione la Compagnia di Gesù di Sant’Ignazio
di Loyola, che fondò il primo collegio a Lecce nel 1583, cui
seguirono quelli di Molfetta, Monopoli, Barletta e Bari (cfr. E. Bosna,
PER UNA STORIA DELLA SCUOLA IN PUGLIA, Adriatica, Bari, 1974, pag.
19).
Quando la ventata rivoluzionaria francese si estese al Mezzogiorno
d’Italia, alcune importanti riforme varate dalla stato transalpino
furono mutuate dai promotori della Repubblica napoletana del 1799,
la cui costituzione prevedeva all’articolo 13 che i giovani
non potessero “essere ascritti sul registro civico”, se
non provavano di “saper leggere, scrivere, esercitare un mestiere,
e render conto del catechismo repubblicano” (Ivi, pagg. 347
e segg.). L’articolo 301 stabiliva invece l’esistenza
di scuole primarie, in cui i giovanetti avessero la facoltà
di apprendere “a leggere, a scrivere e gli elementi dell’aritmetica”,
mentre il 303 imponeva la presenza di almeno una scuola superiore
per ogni dipartimento (Ivi, pagg. 349 e segg.). Non si faceva alcun
cenno però all’obbligatorietà della frequenza
di tali scuole, prerogativa che continuò ad essere riservata
ad un numero limitato di bambini e ragazzi. E infatti pochi anni dopo,
quando monarca di Napoli era Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone,
le condizioni della pubblica istruzione nel Regno erano tali da spingere
il ministro degli Interni ad informare l’intendente della Terra
di Bari che “Tralle provvide cure di Sua Maestà […]
una di quelle che le stanno maggiormente a cuore è la buona
educazione della nascente gioventù, onde la popolazione del
regno non solo si allevi costumata e decente, ma si disponga altresì
ad essere maggiormente utile a sé stessa ed allo Stato”.
Pertanto fu ordinato con decreto del 15 agosto del 1806 lo “stabilimento
delle scuole primarie in tutt’i comuni del Regno” e che
in tutti i centri con più di 3 mila abitanti l’istruzione
fosse impartita col metodo detto “normale”, affinché
vi fossero educati “i giovanetti e le fanciulle anche dell’ultima
classe” (Ibidem).
Tali disposizioni si scontrarono però con la difficile realtà
di tanti comuni meridionali, specie quelli delle province dell’entroterra,
spesso troppo poveri per occuparsi dell’edificazione di istituti
per l’educazione popolare, peraltro non molto frequentati anche
nei casi in cui erano presenti, sia a causa delle difficoltà
economiche in cui versava la maggior parte delle famiglie, sia per
colpa della scarsa importanza che veniva riservata all’istruzione
dei figli.
Tipico al riguardo è il caso di Gioia, ove i suddetti provvedimenti
non produssero alcun risultato e per molto tempo fu solo grazie ad
un parroco intraprendente e illuminato se, in certi casi, “li
fanciulli e le fanciulle [frequentarono] giornalmente le scuole primarie”.
Inoltre nel nostro comune non c’erano all’epoca rendite
addette alla pubblica istruzione, né quelle delle Confraternite
risultavano ipotecate per opere rivolte all’educazione popolare,
dal che conseguiva la presenza di sole scuole religiose, come del
resto gli stessi insegnanti, data l’assenza di istituti magistrali
o di collegi normali per la preparazione di personale docente laico.
E infatti i tre maestri censiti erano tutti uomini di chiesa: P. Giuseppe
Bonaventura, francescano, P. Pietro Giove, domenicano, e un “illustre
lettore di Santeramo”, riformato. Il primo aveva 9 scolari,
ospitati nel convento di San Francesco, il secondo 6, alloggiati a
palazzo San Domenico, e il terzo 3, che frequentavano i locali del
convento di Sant’Antonio; dunque appena 15 alunni su una popolazione
di circa 10 mila anime (Ibidem)!. Risulta anche che tali precettori
non applicassero il metodo normale, perché lo ignoravano, e
non usassero libri: per le letture si limitavano ad utilizzare testi
sacri come i libri delle Vergini, delle Sette Trombe e del Giardino
Spirituale. Esisteva pure una scuola femminile, in cui tuttavia le
poche frequentanti non apprendevano a leggere e scrivere, dal momento
che la stessa maestra, la signora Angela Paradiso, non sapeva farlo,
ma semplicemente ad esercitare attività tipiche del gentil
sesso come “fare le calze, ed un poco di cucire” (Ibidem).
Secondo quanto riferito dal Carano-Donvito, il maestro comunale era
in quello stesso periodo un altro ecclesiastico, Don Francesco Paolo
Losapio, al quale se ne aggiunse nel 1811 un secondo per effetto dell’incremento
demografico che investì il nostro comune. (cfr. G. Carano-Donvito,
STORIA DI GIOIA DEL COLLE, VOL. II, Ed. De Robertis, Putignano, 1966,
pag. 316).
Altro grave problema era costituito dalla carenza di luoghi adatti
ad ospitare la popolazione scolastica, che talvolta era costretta
a scomodi traslochi nel corso delle lezioni. In genere, come si è
visto, erano destinati a tale uso i conventi e, in caso di inagibilità
di questi, anche le abitazioni di benevoli e facoltosi privati. Non
sorprende pertanto constatare che, nel quadriennio 1821-24, su un
totale di 260 persone che formavano la lista degli eleggibili alle
cariche pubbliche, ben 154, ovvero circa il 60%, non sapesse né
leggere né scrivere, sebbene queste persone fossero le “più
degne e capaci” della cittadinanza (Ivi, pag. 15).
Nei decenni successivi si registrò un modesto incremento dell’affluenza
alle scuole, non accompagnata comunque da variazioni apprezzabili
del numero degli alfabetizzati, che al momento dell’Unità
non doveva superare il 15% degli individui con più di 6 anni.
Solo a quel punto, con l’estensione a tutte le regioni del nuovo
regno della legge Casati del 1859, la scuola elementare divenne obbligatoria
e gratuita per tutti, ma con sacche di inadempienza tutt’altro
che marginali, almeno fino al primo dopoguerra.
Nel 1873 fu completato il primo nucleo della scuola elementare di
Largo San Francesco, l’attuale “Giuseppe Mazzini”,
mentre l’inaugurazione dell’edificio, nella forma completa,
avvenne nel settembre del 1893 (Ivi, pag. 333). Nel 1880 erano censite
nel nostro comune 8 classi elementari maschili e 7 femminili, a cui
vanno aggiunti anche una scuola ginnasiale ed un educandato femminile
(cfr. D. Mele, ANNUARIO STORICO-STATISTICO-COMMERCIALE DI BARI E PROVINCIA,
Stab. Tip. Petruzzelli, Bari, 1883, appendice statistica). Se nel
1921 la situazione era rimasta sostanzialmente immutata, negli anni
’30 furono costruiti un’altra scuola elementare, la “Benito
Mussolini”, l’attuale San Filippo Neri, e il liceo classico
“P. Virgilio Marone”. Numerosi altri istituti sarebbero
sorti nei decenni successivi, sotto la spinta dell’imponente
incremento dell’utenza scolastica anche ai livelli secondari.
Ciò nondimeno nel 1961 la percentuale degli analfabeti tra
i cittadini comunali (urbani e rurali) era ancora di circa il 13%,
una cifra inferiore tanto alla media provinciale (14,3) quanto a quella
regionale (15,7), ma con una forbice molto ampia tra la popolazione
maschile (9%) e quella femminile (!7%) (cfr. F. Delvecchio, L’ANALFABETISMO
IN PUGLIA, Cacucci, Bari, 1968, appendice statistica). E’ del
resto solo in anni assai recenti che il fenomeno, anche nella nostra
realtà, ha assunto dimensioni realmente marginali, attestandosi
intorno al 2% all’ultimo censimento del 2001, un valore leggermente
più alto di quello medio nazionale e pari a quattro volte quello
registrato nel Nord, indice questo della persistenza di forti squilibri
regionali all’interno del Paese, e quindi del fatto che l’obiettivo
auspicato dai pensatori risorgimentali non è stato del tutto
raggiunto (anche se va precisato che tale differenza riguarda in modo
preminente le classi più adulte, dai 65 anni in su, dal momento
che i livelli di frequenza scolastica tra le generazioni più
giovani risultano grosso modo uniformati).