I pionieri dello scoutismo

Route in Austria - 1989 |

Route in Spagna -1990 |
Gli sembrava di aggirarsi in una morta gora, quando, rientrato in
paese da Milano, si guardò intorno con angoscia. E si accorse
che nel suo Casale i giovani, soprattutto i ragazzi, vagabondavano
nel silenzio e nell’inerzia, lontani e assenti da ogni fermento
di vita associativa. Fu allora, in quel lontano 1982, che Tonio Deramo
cominciò ad accarezzare l’idea di fare qualcosa che provocasse
l’aggregazione giovanile e culturale del suo paese. Tonio aveva
già fatto esperienze nello scoutismo, e allora cominciò
ad accarezzare l’idea di esplorare quel vecchio percorso organizzando
anche a Sammichele un movimento di ragazzi che li sottraesse a quello
stato di apatia. Ma da dove cominciare? L’incontro con suora
Immacolata fu un vero viatico. A lei Tonio sottopose la sua idea,
un progetto che raccogliesse e organizzasse i giovani sotto la storica
divisa degli scout. E fu proprio suora Immacolata che lo stimolò
a rendersene egli stesso promotore. E chi, sennò?
Cominciò così il viaggio nella nuova esperienza che
in breve tempo, e per lunghi anni, doveva arricchire il paese di una
associazione di giovani e ragazzi destinata a più ambiti traguardi,
anche grazie ad attivi e volenterosi collaboratori, primi fra tutti
Mimmo Marinelli e Alessandra Morgese, e poi tanti altri, Giulio, Giuseppe,
Maria Carmela e Maria Letizia. Tonio e Mimmo si rimboccarono le maniche
e si buttarono con spirito di servizio nella organizzazione del movimento
scoutistico. Ebbe così l’inizio della caccia al reclutamento,
casa per casa, strada per strada, si doveva convincere i ragazzi,
spesso superare le resistenze dei genitori, convocare riunioni nel
centro sociale ogni sabato, discutere progettare confrontarsi, e così
gettare le basi dell’organizzazione. E poi penetrare nel chiuso
mondo femminile, quando si trattò di dare vita al reclutamento
delle ragazze e delle bambine. E a questo compito dovette sobbarcarsi
soprattutto Alessandra Morgese, antesignana della battaglia per rimuovere
timori e pregiudizi in famiglie non ancora aperte a queste sollecitazioni.
Compito arduo, perché si trattava di ragazzi, spesso bambini
e bambine, da abituare a stare insieme, ad educarsi alla vita di gruppo,
e i ragazzi, si sa, tendono volentieri e in modo naturale all’egoismo.
E proprio a questi rampolli bisognava trasmettere un messaggio forte:
stare insieme, avere rispetto del prossimo, educarsi alla convivenza,
come voleva Baden Powell, il fondatore dello scoutismo. Il quale ai
suoi giovani insegnò la prima regola: niente è impossibile,
basta dare un calcio alle prime due lettere “im” perché
tutto diventi possibile. Anche questo doveva insegnare Tonio ai suoi
scout, il modo migliore doveva essere quello dell’esperienza
di gruppo, la pratica dello stare insieme, vivere sotto la stessa
tenda, dormire fianco a fianco con gli altri ragazzi, senza inibizioni
e senza egoismi, guardare il prossimo con occhi pazienti e indulgenti,
prendere dimestichezza con le difficoltà, tutte le difficoltà,
ricordando l’insegnamento di Powell.
La lunga traversata nello scoutismo era cominciata. Appena un anno
dopo, nel 1983 il primo campo nelle vicinanze del Parco delle Monache,
ragazzini assieme a vivere la vita di gruppo in tenda, lontani da
casa, senza le solerti attenzioni di mamma e papà. Giornate
all’insegna di mille occupazioni da inventare, giochi, lavori
manuali, discussioni di gruppo, letture, escursioni, la continua fatica
ad evitare le tentazioni di prevalere, perché lo scoutismo
doveva educare al cameratismo, al rispetto del prossimo, del compagno
di gruppo, ciascuno vivendo un pezzettino della vita degli altri,
e poi di chi si incontra per strada, di coloro che nel paese, nel
vicinato, in famiglia possano avere qualche disagio, aver bisogno
di conforto, di sostegno nell’affrontare ogni genere di difficoltà.
Insomma lo scout doveva indossare una seconda pelle destinata a restargli
attaccata addosso per il resto della vita. L’esperienza di quel
primo campo fu fondamentale. I ragazzi potevano uscirne traumatizzati,
e non mancarono pianti e paure, ma alla fine tutti si sentirono un
po’ più cresciuti. E lo dimostrarono. Una bufera di vento
e di pioggia arrivò improvvisa l’ultimo giorno di campeggio,
ci fu la tentazione di lasciarsi prendere dal panico, ma i ragazzi
affrontarono la situazione con coraggio, con ordine, senza scappare,
allineati si avviarono in una vicina masseria: avevano vinto la paura.
Alla chiusura del campo, i ragazzi espressero il desiderio di portarsi
via una testimonianza fisica, materiale di quell’esperienza.
Tonio e gli altri capi fecero capire ai ragazzi come tale desiderio
non fosse in sintonia con l’insegnamento dello scoutismo, e
che ogni esperienza di gruppo dovesse arricchire il sentimento di
cameratismo.
Altre esperienze furono affrontate negli anni seguenti.
Esaltante l’esperienza in Austria, questa volta con un campo
di un centinaio di ragazzi e ragazze, destando anche qui una grande
impressione di ordine, di efficienza e di integrazione con la comunità
locale. Come quella volta in chiesa, con quel piccolo esercito di
ragazzi in divisa ben ordinato fra i banchi sotto gli occhi ammirati
degli austriaci, insieme ai quali cantarono e pregarono, stretti in
un abbraccio di cuori e di menti. E poi le escursioni in bicicletta,
sempre in ordine, senza mai rischiare incidenti.
E ancora, quella volta in Spagna, intorno agli anni Novanta, con un
campo di una ventina di ragazzi. Lontani da casa, senza paracadute.
Subito entrarono nella simpatia dei paesani che li adottarono come
fossero figli loro. Le autorità del posto volevano ospitarli
in una struttura cittadina, ma i ragazzi garbatamente rifiutarono
e decisero di continuare la vita di campo, nell’ammirazione
degli spagnoli coi quali continuarono a vivere momenti di perfetta
integrazione e cameratismo. Con i ragazzi del posto stabilirono rapporti
frequenti, incontrandoli nei giochi e nelle escursioni. Fu così
grande l’impressione destata negli spagnoli che quelle autorità
decisero di gemellarsi con Sammichele. Ed anche la Francia entrò
nelle mete delle loro escursioni.
Per un ventennio il paese ha visto sfilare i suoi scout, impegnati
in mille attività che davano un tono nuovo alla vita del paese.
Nel ricordo dei più anziani si perpetua ancora oggi l’impegno
che essi adoperarono per evitare il naufragio della Pro Loco in un
suo momento di crisi organizzativa. Gli scout vi si inserirono, presero
in mano l’organizzazione, diedero vita a molte iniziative, impedendo
che quella esperienza naufragasse. Ancora più stupore doveva
destare la loro determinazione nell’essere presenti nella vita
della comunità, anticipando di qualche decennio la pratica
degli incontri delle scolaresche con i politici e gli amministratori
municipali: ponendo domande, esprimendo bisogni per migliorare la
qualità della vita del paese, suggerendo soluzioni dal punto
di vista dei ragazzi. E ancora: la creazione di un giornalino “Linea
Blu”, col quale i ragazzi davano voce alle loro idee, ai loro
sentimenti, intessendo così un dialogo col resto del paese.
Quei ragazzi ora sono cresciuti, anche quell’esperienza è
arrivata al capolinea. Nel suo mentore, in Tonio Deramo, messi nel
cassetto la divisa di scout, sette anni fa matura un’altra idea,
lasciando ad altri l’impegno assunto tanti anni addietro. E’
il momento del giornale, della creazione di un periodico capace di
dare voce alla comunità di Sammichele che mai nel passato aveva
avuto un proprio giornale. Nasce la Piazza, timidamente, poche pagine
per raccontare la vita del paese, approvare e denunciare l’operato
di chi dirige la cosa pubblica, tessere occasioni di cultura, far
crescere Sammichele. Ma questa è storia di oggi, quasi cronaca
che attende di entrare nella storia del paese.