* Lettera aperta al SindacoSulla pubblicazione “Terra di Mezzo” del dicembre 2004 abbiamo letto, con costernazione, le affermazioni di due esponenti del Suo gruppo di maggioranza. Il primo dichiara, candidamente, che “Abbazia di Sant’Angelo” non gli fa venire in mente nulla, il secondo asserisce che si tratta di un “cumulo di pietre”. Vivamente allarmati da simili affermazioni, foriere di cattivi presagi, ed essendo stati promotori della donazione del sito dell’Abbazia dell’Angelo al Comune di Sammichele di Bari, ci preme inviare alcune note storiche su quello che è un “bene” presente sul territorio.Le più antiche notizie, in nostro possesso, riguardanti l’Abbazia di Sant’Angelo in Frassineto, riportate nel Codice Diplomatico Normanno di Aversa, risalgono al 1158 e riguardano una controversia tra il priore di Sant’Angelo ed il catepano di Modugno.Posta in posizione strategica lungo la vetus via Tarenti, la vecchia strada che, ancora oggi porta da Rutigliano a Gioia del Colle, è, probabilmente, la più antica costruzione esistente sul nostro territorio. Sono ancora chiaramente identificabili un grande spazio aperto e recintato, un vasto ambiente con mangiatoie, utile anche come ricovero per viandanti, ed altri tre ambienti destinati, rispettivamente, a cappella, sala comune con grande camino per i monaci e alloggio del priore. Nei primi anni del XVII secolo, Sant’Angelo in Frassineto fu abbandonata.Altre notizie sono riportate nel Chartularium Cupersanense dal quale si rileva che, alla fine del XIX secolo, sulla parete di fondo della cappella, sopra l’altare, vi era l’immagine di un crocifisso, dipinto a fresco, e, in uno dei muri laterali, un busto in pietra raffigurante l’Arcangelo.Ciò detto, l’idea che possa essere considerato solo un “cumulo di pietre” è fonte di grande amarezza e preoccupazione non solo per i componenti del Centro Studi, ma per tutti coloro che si sentono legati al territorio in cui vivono. E’ un bene che va assolutamente recuperato prima che si arrivi alla perdita totale. I “cumuli di pietre” sono quelli approntati dai contadini per essere destinati alla frantumazione, ma già un muretto a secco non può più essere considerato un banale “cumulo di pietre” e non lo diciamo noi ma il legislatore, che ha ritenuto i muretti a secco meritevoli di tutela. Se poi quel “cumulo di pietre” rappresenta la nostra storia, il nostro passato, la situazione è ancor più meritevole di attenzione. Anche il Colosseo è stato definito un “cumulo di pietre” tanto da essere adibito a cava per materiale da costruzione, ma questo accadeva 500 anni fa, oggi, grazie a Dio, le cose sono cambiate. La tutela dei beni culturali, se pur modesti, in una comunità, se pur piccola, è un impegno di grande priorità, perché quei “cumuli di pietre” rappresentano la nostra storia e, quindi, noi stessi.Tanto, in coerenza con l’impegno quasi decennale del Centro Studi sempre pronto a collaborare, fattivamente, con tutti coloro che amano, seriamente, il nostro territorio.Distinti saluti.Maria De Palma, Chella Cici, Giacomo Spinelli, Carmela Netti, Pia Pastore