“I zite de na volde”
L’identità di un popolo, la sua cultura, come quercia,
si fregiano di rami frondosi e di un tronco secolare. La linfa vitale
che li nutre sono usi e costumi. In una parola, la tradizione. A Sammichele,
la cultura contadina forgiava il modo di vivere. Le usanze divenivano
riti. I riti si ammantavano di sacralità. Un velo di mistero
li avvolgeva.
Il matrimonio dei nostri avi, per esempio.
Tempi difficili, quelli in cui braccia maschili, forti e nerborute,
domavano una terra ostile e tirannica. Nascevano valori e la serietà
morale che le famiglie ponevano anche nel matrimonio. La famiglia, giocoforza,
era governata dall’uomo. La donna era destinata all’impegno
casalingo ed all’educazione della prole.
Le figlie erano severamente controllate da padri e fratelli. Non si
doveva sbagliare nella scelta del compagno. Per i figli maschi, sovente,
era la madre che, all’insaputa del figlio, adocchiava per tempo
una giovane che riteneva degna di divenire sua nuora.
Le occasioni per un contatto erano varie. Galeotto era il “festino”
a Carnevale. S’incontrava l’amata che, con grazia, riempiva
d’acqua le brocche alla fontana. Lo sguardo dei giovanotti si
animava d’un guizzo felino. Che dire dei rallentamenti subiti
dai lavori nei campi per via d’amori in corso tra fanciulle che
raccoglievano acqua dal pozzo e giovanotti impegnati nella cura del
vigneto? Gli spiriti romantici commissionavano serenate d’amore
sotto il balcone dell’amata, complice la luna. Nasceva la figura
de “u’mbasciatare”, una sorta di messaggero d’amore
che faceva da tramite e da complice dei due ragazzi. Al tramonto, Romeo
“scapelàve” e attendeva Giulietta uscire da un corso
di ricamo. Il cuore di lei palpitava, al solo pensiero d’essere
ammirata o che “lo sappiano quelli di casa”. A volte, l’amore
genuino di due giovani era ostacolato da una o entrambe le famiglie.
A volte, le famiglie, povere, non potevano permettersi né una
dote né una casa.
In tali casi, avveniva la fuga d’amore. Per sposarsi, dunque,
si architettava la fuga da casa. “I nove lambe”, novena
natalizia, erano l’occasione migliore. Gli amanti stavano insieme
per pochi giorni, a testimonianza dell’avvenuta unione, costringendo
le famiglie a nozze riparatrici, che si tenevano, di rigore, alle 5
del mattino in Chiesa.
Spesso, l’interesse economico delle due famiglie era così
forte da imporre ai due giovani un matrimonio, combinato. L’amore?
“…viene dopo…”, si diceva. Tra famiglie benestanti,
si redigevano i capitoli matrimoniali, contratti con severe clausole
volte alla tutela de “la roba”, come Giovanni Verga definì
la proprietà.
Fin dalla nascita, la madre della futura sposa cominciava a preparare
il “corredo”. Fare un corredo richiedeva anni di lavoro
e sacrifici da parte delle stesse fanciulle che la sera, al lume di
candela, ricamavano il corredo sognando il giorno del matrimonio, come
momento culminante della vita. Gran parte era fatta a mano, su telai
montati in casa. Si tessevano capi in lino, in cotone, in lana. Le lenzuola
erano sempre bianche, ma asciugamani, tovaglie e coperte potevano anche
essere colorati. “Panna désce” significava che il
corredo era di 10 coperte, 10 lenzuola di sotto, 10 lenzuola di sopra,
10 tovaglie, 10 asciugamani, ecc. In rapporto al benessere della famiglia,
potevano essere “panni 20…30…”. I capi più
belli erano esibiti, alla vigilia del matrimonio, al futuro marito,
alla sua famiglia, a parenti ed amici, tra apprezzamenti e critiche.
Il rito del fidanzamento aveva le sue tappe.
L’incontro tra le due famiglie avveniva a casa di lei. Ci si scambiava
l’anello di fidanzamento. Il fidanzato donava alla futura sposa
un bouquet di fiori. I genitori di lei preparavano pasticcini, per l’occasione.
Giungeva il momento topico. I 4 genitori si scrutavano e: “Cè
panne puerte? Cè ngià dà a figghiete”?
La ragazza recava in dote i mobili per il futuro nido d’amore,
oltre al corredo.
Il fidanzato provvedeva all’acquisto per l’abito della sposa
e per il ricevimento nuziale, in casa sua.
I punti salienti di questo contratto non richiedevano firme: “La
mia parola d’onore vale più di quella di un notaio”.
Punto e basta.
Ci si sposava sempre di domenica.
I due sposini eleggevano due amici di famiglia a testimoni per le loro
nozze. “U chembare d’aniedde” oppure “chembare”
di braccio (un lui per la sposa ed una lei per lo sposo), prelevava
dalle rispettive abitazioni gli sposini, ed offrendo loro il braccio
li accompagnava in chiesa. “U chembare”, poi, avrebbe presentato
le vere nuziali al celebrante.
Concesso il fatidico “Sì”, si usciva dalla chiesa.
Il corteo nuziale, a piedi o in carrozza, con tanto di cocchiere in
livrea e cilindro, percorreva le vie del paese, tra la gioia dei compaesani
e la chiassosa allegria dei bimbi. Il corteo, capeggiato da sposini,
“chembare” e dalle rispettive famiglie, si arrestava a casa
dello sposo. Ad accogliere sposa ed ospiti, con dolciumi e fiori, era
la madre dello sposo.
Gli invitati, collocati in circolo nel salone della casa, lasciavano
uno spazio al centro per… “chitarra, mandolino e una voce…”.
Iniziavano i festeggiamenti. C’era sempre qualcuno che aveva in
tasca un foglio su cui erano scritti versi in onore degli sposi. Versi
toccanti. Qualche lacrima solcava il viso. E via al buffet, a danze,
canti…
Terminata la festa, gli sposi si cambiavano d’abito e si congedavano.
Aveva inizio la luna di miele! A dire il vero, non ci si allontanava
granché. I più temerari sceglievano Bari. Molti si accontentavano
semplicemente di uno dei paesi viciniori. Qualcuno addirittura restava
in paese.
La domenica seguente, accompagnati dal “combare di braccio”,
i due coniugi “scennèvene” e si recavano a messa.
Poi, tutti a pranzo con le rispettive famiglie.
Su un tavolo, qualcuno dimenticava un foglio con quei versi toccanti:
“…pensa che lasci i tuoi genitori adorati qui e ti abbandoni
in casa dello sposo…”.
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