“Il laico imperfetto” di Bruno Brunetti


Il denso saggio di Brunetti, presentato recentemente, dai professori Pappalardo e Cavalluzzi, nella Sala delle Conferenze del Palazzo Municipale di Acquaviva, ha come sottotitolo “scrittura ed ‘errore’ in Boccaccio, Manzoni, Tozzi, Croce, Gramsci”. Il riferimento all’errore esprime subito l’intento del saggio. Il professor Brunetti, docente dell’Università di Bari presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere, parte dall’assunto che una visione del reale, senza i parametri semplificatori del dogma, della metafisica o dell’ideologia, non può che portare alla constatazione della sua complessità, ambiguità e perfino contraddizione. Ne discende la conseguenza che la scrittura, che si applica alla descrizione o narrazione del reale, se lo si vuole guardare con occhi sgombri, non può che esserne condizionato ed assumere essa stessa forme ambigue. Dell’ambiguità della scrittura, praticamente di ogni scrittura ‘laica’, sono testimonianza le ricorrenti figure retoriche e, soprattutto, quelle dell’ossimoro e della metafora. Nell’ossimoro si costringono in unica espressione, anche e spesso paradossale, concetti opposti (festina lente= affrettati lentamente). Nella metafora, con gioco più sottile, il richiamo ad un’immagine altra appalesa ed occulta, nello stesso tempo, l’oggetto del discorso, che si lascia intenzionalmente immerso nel gioco dei riverberi incrociati tra somiglianza e dissomiglianza.
Brunetti parla di “complessità degli eventi” e “complessità dei rapporti” (pag. 114 e 115) e ciò dovrebbe non solo assolvere lo scrittore dall’imperfezione della sua scrittura, ma assumere la stessa imperfezione come cifra non del limite, ma della qualità di fondo di essa, sua categoria costitutiva, che la accompagna e testifica la sua laicità, cioè la tormentata consapevolezza di essere adeguazione precaria alla complessità ed ambiguità del reale. Servendosi di un corredo critico notevolissimo, Brunetti addensa prove, con numerose citazioni e di diversa provenienza, a sostegno della sua tesi, che gli consente anche letture nuove, sorprendenti e stimolanti, degli scrittori presi in esame.
La problematica trattata è, ovviamente, antica, ma averla richiamata ed applicata nel campo della critica letteraria, associandola alla nozione di laicità, costituisce una proposta molto proficua e fertile, con sottostanti rimandi a tutta la problematica di Popper sul fallibilismo e sulla sua funzione costitutiva per una metodologia che voglia essere scientifica.
Il laico è consapevole di usare parole imperfette e provvisorie, come di fatto è ogni ricerca ed anche ogni sistemazione scientifica umana. Parole indiscutibili, definitive ed immutabili sono, invece, quelle del dogma ed in parte dell’ideologia, ma il laico le rifiuta. La sorpresa è di trovare nel cristiano Manzoni incertezze e titubanze non attutite ma fecondate ed arricchite dal suo cristianesimo.
Nella bibbia la parola, perché divina, è costitutiva del reale: non il suo specchio, ma la sua radice, il suo destino progettuale, di cui le specie reali non sono che effimere apparenze, seppure segni. Nel Platonismo v’è una linea di pensiero simile per cui le parole-idee, perfette ed eterne, cioè concluse, immarcescibili, sono la norma delle cose, che ad esse conseguono come esplicazioni imperfette e provvisorie, destinate alla corruzione e perciò neppure adeguate alla perfezione e definitività del linguaggio.
Il laico, come l’ostrica allo scoglio, si aggrappa, invece, alle cose e trova inadeguate le parole, perché le cose sono vere, ma sono anche complesse, dense di implicazioni che da ogni parte le attraversano e le assoggettano anche a stridenti contraddizioni. Le parole umane ed i concetti faticano a tener loro dietro, perché in fondo non sono che stampelle sgangherate del nostro limitato pensiero.
Brunetti lo dice in modo ispirato: “Avverti così la malinconia, il sapore di cenere della caducità e della perdita, l’opacità delle cose, e tuttavia cogli pure la luce che l’uomo reca in sé nella parola letteraria che dice di lui, delle sue debolezze”. Testimonia, anche, del suo cammino, seppure incerto e tortuoso, verso la luce e del suo guadagno, che è cosa immensa e preziosa, di umiltà.
Che è forse l’approdo più significativo di tutta la riflessione del ventesimo secolo, l’orizzonte di una postmodernità fattasi guardinga di se stessa per accettarsi come pensiero debole e, tuttavia, non rinunciare ad essere pensiero ma evitare la fuga consolataria per la tangente metafisica o dogmatica.
La consapevolezza del limite e della conseguente condizione di una ricerca sempre provvisoria e senza fine è, in fondo, conquista dello stesso pensiero.
Essa si è strutturata nella teoria già citata del fallibilismo di Popper ed è stata, per la critica letteraria, proposta da Umberto Eco in ‘Opera aperta’ (1962). D’altra parte la relatività di Einstein ed il principio di indeterminazione di Heisenberg avevano già tolto alle nostre misure, numeriche o verbali, ogni assolutezza.
Le opposizioni del reale avevano condotto Cusano, nel quindicesimo secolo, ad elaborare la teoria dell’infinito, come dissoluzione per coincidenza di tutte le distinzioni e contraddizioni riscontrabili nelle cose, che, tuttavia, a livello di finito, irretiscono e tormentano l’umana intelligenza.
Hegel, diciannovesimo secolo, aveva diluito nel processo dialettico gli opposti, colti come tali ma inseriti in una trama di sintesi che permette loro di convivere dinamicamente e generare il reale. Ma è questo il problema: la sintesi, come approdo degli opposti, non li pacifica né li elimina, ed essi sono ancora ‘muse inquietanti’ per il nostro pensiero e i nostri discorsi.
Non mancano, poi, autori, come Cusano, e più vicino a noi Martin Heidegger, che postulano un reale ineffabile ed indicibile e la destinazione salvifica dell’uomo al silenzio.
Heidegger giustifica anche i discorsi oscuri ed incerti: nel saggio ‘i sentieri di bosco’ teorizza la progressiva evanescenza della parola a mano a mano che si addentra nella considerazione delle cose, come i sentieri che svaniscono addentrandosi nel bosco. Parole, direbbe Montale, non squadrate ma incerte e traballanti sono il destino dell’uomo e del poeta.
Brunetti, troverà di certo consona al suo lavoro questa teoria: parole non pesanti e ferme, come macigni, ma leggere ed evanescenti come bollicine di sapone, affidate al vento, iridescenti per un attimo e poi gocce d’acqua che il terreno assorbe nella sua opacità.
La scrittura di Brunetti è sempre lucida e gradevole e la documentazione testimoniale densa e stimolante: ma il tema, per il suo stesso assunto, non può ritenersi esaurito e, perciò, merita ulteriore approfondimento e noi, suoi lettori ed amici, come prezioso regalo, un ulteriore saggio.

Vitantonio Petrelli