Un’altra affascinante storia ebraica scritta da Cesare Colafemmina
«Gli Ebrei a Taranto»
“Commandati da sei anni in su a portare lo signo per essere cognosciuti da li cristiani,
un signo russo rotundo a modo de rota sopra lo petto”



Figura di ebreo medioevale: porta sul mantello
“lo signo russo rotundo a modo de rota”

Cesare Colafemmina e altri due studiosi, Corsi e Dibenedetto, autori del volume del 1981 dell’Archivio di Stato di Bari, nel quale sono state pubblicate documentazioni inerenti alla presenza della minoranza ebraica in Puglia nel XV e XVI secolo, dichiaravano che la raccolta e lo studio di tali fonti sono finalizzate ad «analizzare in un quadro unitario e scientificamente sicuro le vicende storiche, artistiche e letterarie connesse con la presenza ebraica in Italia». In seguito, il professor Colafemmina ha pubblicato altri importanti documenti e studi relativi a vicende e problemi posti dalla presenza di comunità ebraiche non solo in Puglia, ma praticamente in tutta l’Italia meridionale Sicilia compresa. Si deve proprio all’analisi di tali documenti la comprensione, la portata storica culturale e religiosa delle vicende ebraiche che si intrecciano necessariamente con la vita e con la «storia» delle nostre comunità meridionali, almeno fino al 1541, data della espulsione degli ebrei dal Viceregno di Napoli, fissata senza deroga alcuna da Carlo V.
In un contesto storico così ampio, dal I sec. d.C. al XVI sec. inoltrato, si inserisce l’ultimo libro dello studioso su Gli Ebrei a Taranto – Fonti documentarie pubblicato per Messaggi edizioni nel mese di maggio di quest’anno, voluto dalla Società di Storia Patria della Puglia, con il contributo della Fondazione Galeone di Taranto, che ha insignito di un premio non solo il volume in questione ma tutti gli studi sull’Ebraismo in Puglia compiuti dal professor Colafemmina nel corso di vari anni di ricerche e approfondimenti.
Secondo lo studioso, la vicenda degli Ebrei a Taranto inizia sul finire del I secolo dopo Cristo, quando in Puglia – come vuole una tradizione medievale – arrivano «alcune migliaia di Ebrei catturati nella Città Santa», vale a dire in Gerusalemme, espugnata da Tito nel 70 d.C.. La presenza in città di Ebrei è attestata anche tra il VI e il IX secolo da iscrizioni lapidee in greco, latino ed ebraico. L’intensità di una tale presenza è anche collegata al grado di tolleranza religiosa della autorità costituita e dalla influenza che sulla città ebbero i vari domini dell’epoca (bizantino, longobardo, arabo ecc.). È accertata anche l’esistenza di una torre detta «della giudecca» (poi demolita) della colonia ebraica. Sul finire del 1200, tale colonia si disgregò con l’accettazione del battesimo per la politica della nuova dinastia imperante nel Mezzogiorno di Carlo I d’Angiò, sorretta dalla “pressione” dei nuovi ordini religiosi dei domenicani e dei francescani, senza trascurare poi la presenza sempre vigile e (talvolta) inquietante della Inquisizione. Documentazione più copiosa su ebrei e neofiti a Taranto il Colafemmina la riscontra dalla seconda metà del XV secolo, quando nel dominio del Regno gli Aragonesi succedono agli Angioini. Dall’analisi di tali fonti documentarie l’autore rileva anche una maggiore attenzione dell’autorità locale (Università) nei confronti dei neofiti rispetto agli ebrei, per i quali – ci informa l’autore – si chiedeva addirittura che «andassero ad abitare con gli altri giudei della città [...] (in la Iudeca)» lasciando le abitazioni possedute nella parte cristiana. Ma c’è di più. Era stato comandato che gli ebrei indossassero un segno di riconoscimento («ordinare e commandare che li Iudei in Taranto debiano portare lo signo [...] per essere cognosciuti da li cristiani»). Ma lo svolgersi della vita della comunità ebraica in quella città non fu segnato soltanto dai commerci e dalle attività finanziarie nelle quali, specie nelle seconde, gli Ebrei – come è noto – erano abilmente impegnati; l’autore invero tiene a sottolineare come gli aspetti identitari di tale comunità tarantina, come pure in altre città, si qualificassero sul piano più squisitamente culturale, visti i profondi interessi che gli ebrei coltivavano nel campo della medicina, dello studio anche critico dei testi biblici, della teologia e della filosofia nella parte riferita ai problemi della morale strettamente connessi con i comportamenti dell’uomo. L’intensità e la visibilità dei tratti culturali variano ovviamente nei vari periodi storici, in dipendenza dei diversi atteggiamenti tenuti dalle autorità politiche (bizantine, angioine, aragonesi) e religiose, che hanno avuto la responsabilità di governo di quelle terre. È un fatto, tuttavia, che importanti sono le fonti documentarie superstiti che attestano e rendono inconfutabili le conclusioni alle quali perviene l’autore. Il quale non manca di citare e indicare specificamente le fonti puntualmente riportate nel libro. Da un documento del 1464 scritto in ebraico si apprende, ad esempio, che tale Shemuel figlio di un medico ha terminato di copiare, appunto in Taranto, il Trattato sui lassativi di un non meglio identificato Gerardo de Donatis. E ancora due anni dopo, un altro ebreo ha portato a termine la raccolta di tutte le opere mediche. È del 1467 poi un manoscritto di ben 141 fogli di altro ebreo, Iosef Vivante, nel quale sono riportati, tradotti dall’aramaico, i Quesiti trattati nella prima metà del 700 d.C. da un altro autore e riguardanti «sia questioni legali e rituali, sia dei doveri del cuore, ossia di obbligazioni etiche». Altri codici tarantini non potevano non riferirsi alla cabala, come si sa, insieme di dottrine esoteriche e mistiche che l’ebraismo diffuse o tentò di diffondere in Europa dopo il Mille.
Questa vivace attività culturale degli ebrei sotto gli Aragonesi, che proprio sul finire del XV secolo, avevano consentito passi inequivocabili verso la formazione di una nuova società civile più integrata, ebbe un colpo mortale nel successivo secolo XVI, quando «la conquista del Regno di Napoli da parte degli Spagnoli [con Ferdinando il Cattolico] nel 1503 segnò il tramonto e quindi la fine del Giudaismo nell’Italia meridionale». Del decreto espulsivo del 1541 di tutti i giudei, con l’eccezione dei neofiti e dei cristiani novelli, si è già detto.
In un altro studio su Ebrei e Cristiani novelli ad Acquaviva (giugno 1991), a proposito del citato decreto espulsivo di Carlo V, il Colafemmina commentava amaramente: «la virulenza di sentimenti antisemiti dell’imperatore, eccitata vieppiù dagli intrighi dei mercanti e dei banchieri cristiani che volevano sbarazzarsi dei concorrenti, pose così fine a una presenza che era stata non poco benefica per le popolazioni del Sud».
Anche questo saggio su Gli Ebrei a Taranto, scritto con la consueta amorevole leggerezza ma, al tempo stesso, con il rigore metodologico della ricerca storica, ci restituisce ancora palpitante lo spaccato di un lungo periodo di una realtà complessa di una importante città, come quella di Taranto, attraverso la rappresentazione non superficiale del vissuto nel corso dei secoli della comunità ebraica tarantina, delle sue vicende piccole e grandi, nei suoi aspetti belli e brutti. E il lettore, anche quello sprovveduto come me, ne resta attratto, perché la storia degli Ebrei in quanto minoranze sparse per il mondo è una storia che affascina, come del resto la storia di tutte le minoranze. Dai documenti pubblicati (sono oltre 100) si evince che si tratta spesso di storie minime, pagine di vita vissuta che «parlano perciò di tutto» e che nel lungo saggio introduttivo l’autore «approfondisce, o connette al campo generale», storie finora nascoste e forse colpevolmente trascurate.

Pietro Colaninno