In una versione liberamente tratta e tradotta in vernacolo da Laura D’Addabbo
Non ti pago
di Eduardo De Filippo

Rappresentata dal Laboratorio teatrale del Sacro Cuore


Nella traduzione in vernacolo acquavivese di Non ti pago, una commedia di Eduardo De Filippo del 1940, Laura D’Addabbo più che un’operazione di attualizzazione di un testo ormai classico (la vincita al lotto di Bertolini è di 40.000 euro), ha assunto un atteggiamento registico per così dire letterario, in quanto ha usato parole e locuzioni che appartengono al dialetto “colto”, parole e locuzioni che può maneggiare solo chi sa leggere e scrivere correttamente in dialetto, anche se alcune espressioni non sono più di uso comune. E non di meno l’operazione appare pienamente riuscita, considerando anche che qualche taglio fatto qua e là non solo ha “migliorato” il ritmo del racconto ma forse ha anche esaltato il potenziale comico della piéce eduardiana, lasciando intatta la costruzione teatrale originaria, con i suoi colpi di scena e con la sequenza mai interrotta di effetti esilaranti connessi con lo svolgersi delle varie situazioni che si determinano intorno al nucleo principale della vicenda, incentrata sulla croce e la delizia dell’antichissimo gioco popolare del lotto (poi bollato, secondo una vecchia definizione pure popolare, come la tassa sugli imbecilli), sui suoi cultori e sulle sue vittime, come il personaggio paradigmatico di don Ferdinando Quagliolo.
Nella versione riproposta dal Laboratorio dell’Associazione laicale del Sacro Cuore (il lavoro era stato presentato per la prima volta nel maggio 2003 nell’ambito delle attività dell’Università della Terza Età), l’umorismo doloroso di cui è permeata la commedia di Eduardo viene sottolineato in sequenze assai esilaranti, come nel parapiglia della scena finale del II atto, quando don Ferdinando, ormai disperato, colpisce con il manico della rivoltella la testa dello sfortunato Bertolini, accorgendosi poi che la rivoltella aveva ancora un colpo. Nello smarrimento generale don Ferdinando consegna finalmente la ricevuta del lotto al legittimo vincitore, e al tempo stesso lancia un’apocalittica invettiva, profetizzando sciagure fame e miseria fino alla settima generazione, al povero Bertolini (com’è noto poi tutto si aggiusterà, e alla fine Bertolini e Stella avranno finalmente il consenso nuziale di don Ferdinando, che darà in dote alla figlia i 40.000 euro della vincita).
Devo dire che lo spettacolo è risultato godibile (e al termine tutti contenti hanno a lungo applaudito) e che la traduzione del testo originario nel nostro dialetto, con frasi e modi di dire tipici delle nostre modalità espressive, ha mantenuto integro l’impianto narrativo dell’autore. Se mai, mi è parso di cogliere nella recitazione qualche sottolineatura della comicità di alcune situazioni e del ruolo di qualche personaggio.
Nel complesso il ritmo della commedia è stato fluido, e di tanto va dato atto alla regia di Laura D’Addabbo, che ha consentito agli interpreti di esprimersi al meglio delle loro possibilità, specialmente nelle scene più divertenti del racconto che, per la verità, si susseguono con frequenza impressionante.
E da questo punto di vista viene in considerazione l’esperienza di Franco Zito, un don Ferdinando veramente “capotuosto”, e del mio amico (ora lo è un po’ di più) Gianni Maselli, spassoso, puntuale nei ritmi frenetici della vicenda, e in definitiva, sorprendentemente, del tutto a suo agio nei panni del serioso don Raffaele.
Nel giusto registro anche il livello espressivo di Francesco Maselli, “signorino” elegante e un po’ affettato, nel ruolo di Bertolini, pretendente di Stella-Isabella Piconio. Brava Tonia Colangiulo, la domestica Margherita. Bene tutti gli altri: Vincenzo Moretti, il domestico Antonio che “conosce” il trattato della composizione e della combinazione fumogena, compagno anche notturno di don Ferdinando nell’osservazione delle nuvole, assecondato in contrappunto dalla moglie donna Concetta-Anna Magistro; Elvira Ruscigno, Nicola Savino, Reitano Stano, Vito Alfonzo e Gennaro Marsico. Del divertimento del pubblico si è già detto.

Pietro Colaninno