Via Francesco Pepe
(Prima parte)

Sopra: 1) Francesco Pepe - 2) Archivio capitolare di Acquaviva, annotazione del battesimo di Francesco Pepe
(Foto F. Liuzzi)

[…]
Altri martiri usciti dalla terra,
Che a te fu cuna in Cielo àn sede Amore
Immenso amor d’Italia li sospinse
A cruda morte, immeritata, acerba —
Di te [= Francesco Pepe] favello, che preposto al sommo
Delle leggi sinedrio, alla severa
Aula d’ Astrea n’andavi: augusto seggio
Al tuo senno serbato, e te seguiva
L’amoroso Germano [= Giangiacomo], a cui fu chiara
Ogni ascosa ragione di Sofia,
Né delle sante Muse ignoto all’ara
Egli era, decoroso agli atti, al volto,
Di cuore immacolato...—
[…]

Con questi versi (certo non di eccelsa fattura) l’onorevole Vitangelo Luciani nel 1830 intesse, nel suo carme La campana del saccheggio, l’elogio di un personaggio acquavivese, Francesco Pepe che, quale componente designato del governo provvisorio, associa il suo nome alla intensa quanto effimera esperienza della Repubblica napoletana del 1799.
Ma di questo pur celebrato personaggio, di cui la toponomastica locale serba e celebra la memoria a lui intitolando la strada che dalla centrale Piazza dei Martiri del 1799 si allunga sino a via Di Vagno, non particolarmente ricche, né sempre accurate, sono le informazioni tramandate.
Lo stesso Lucarelli, per esempio, nei suoi scritti non mi pare vada oltre una piuttosto schematica caratterizzazione del personaggio limitandosi – e talvolta sulla base di informazioni non di prima mano – ad indicare genericamente «la metà del secolo decimottavo» come epoca della sua esistenza ed attività; ad affermare vagamente che fu «per alcun tempo» un «impiegato di corte e luogotenente di un Governo Regio»; ad attribuirgli, citando dalle Memorie storiche di Vitangelo Bisceglia (cronista della rivolta altamurana del 1799), «un grande trasporto per le massime francesi»; ad accennare alla sua professione forense e alla sua attività pubblicistico-letteraria definendolo «avvocato di gran fama e valente scrittore» per chiudere poi il cerchio dei suoi ragguagli con un (più articolato) riferimento alla sua violenta morte sulla via per Napoli, dove si dirigeva per dare il suo contributo alla appena costituita Repubblica napoletana.
E credo discenda proprio dalla utilizzazione di informazioni di seconda mano una inesattezza in cui Lucarelli incorre: quello, cioè, di attribuire al Pepe un nome, Antonio, che assolutamente non compare nella pur lunga sequela dei nomi di battesimo – Francesco, Eligio, Giuseppe, Rafaele – del Pepe ma a lui attribuito, non so per quale ragione, da Garruba e d’Addosio, dai quali Lucarelli potrebbe aver mutuato, almeno in parte, le sue informazioni.
Ovviamente sulla scia del Lucarelli altri hanno continuato (e ancora oggi continuano), erroneamente, a usare anche il nome di Antonio per il martire del 1799.
Né meglio del Lucarelli mi pare rischiarino la complessiva vicenda umana e politico-culturale del Pepe altri, successivi profili biografici perché essi sembrano solo stancamente riproporre, come in un calco, quelle che non è improbabile siano state le prime (scarne) note informative su questo personaggio: quelle, cioè, diffuse dal Garruba nel 1844.
Unica eccezione mi pare sia costituita dal ben più informato ed articolato profilo (non proprio recentissimo ma, stranamente, ignorato, a quanto pare, da quanti, anche negli ultimissimi tempi, si sono avvicinati, o almeno hanno fatto riferimento, al Pepe e alle vicende acquavivesi del 1799) redatto dal De Ninno che a Francesco Pepe, come agli altri Martiri baresi del 1799 – come suona il titolo di una sua opera in cui vengono tracciate le biografie dei protagonisti della rivoluzione antiborbonica del 1799 –, dedica un generoso numero di pagine. In cui, in verità, si ripropongono informazioni dallo stesso De Ninno in precedenza pubblicate nel periodico barese Gazzettino delle Puglie del 23 maggio 1914.
Infatti i documenti d’archivio (deposizioni giurate del 1805) dal De Ninno individuati e in parte riprodotti (documentazione che si è potuta rintracciare e più ampiamente utilizzare, integrandola con altra cui non mi risulta si sia sinora fatto riferimento), consentono di avere più netti e precisi riferimenti su Francesco Pepe e di gettare più ampia (o nuova) luce oltre che sulla sua complessiva personalità e vicenda, anche sulle dolorose conseguenze, anche materiali, prodotte nella sua superstite famiglia (madre vedova, sorelle, moglie e due figli in tenera età) sia dalla sua prematura e tragica morte che dai turbinosi avvenimenti (incendi e saccheggi) verificatisi ad Acquaviva il 31 marzo del 1799.
Trovano così, con lo scritto del De Ninno, precisa determinazione gli estremi cronologici della esistenza del Pepe potendosi aggiungere alla già nota data di morte, il 6 febbraio 1799, anche quella di nascita, avvenuta il 1 dicembre del 1759. Indicazione, quest’ultima, che, se consente di uscire dalla genericità (metà del XVIII secolo) delle precedenti indicazioni cronologiche della sua nascita, corregge anche, e senza lasciare ombra di dubbio, la data (1728) propostane, non so su quale base, da Anna Maria Rao in un suo volumetto su La Repubblica napoletana del 1799 pubblicato nel 1997.
E, con l’indicazione dei nomi dei genitori – il padre è il «magnifico» Giovanni (del fu Francesco) e la madre «donna» Teresa De Nora (di Francesco Antonio, di Altamura) –, trovano più puntuale determinazione anche le coordinate familiari di questo personaggio.

La documentazione proposta dal De Ninno, poi, dettagliatamente informa, come già anticipato, anche sui dirompenti effetti prodotti sulla sua famiglia dalla brutale uccisione di Francesco Pepe e dalle violente vicende del 1799. Significative ed illuminanti, infatti, sono, in merito, le parole di una supplica che, nel 1806, Teresa De Nora, madre dei patrioti Francesco e Giacomo, inoltra al sovrano al fine di ottenere «un annuo sussidio» per la sua famiglia (petizione che trova accoglimento con la concessione, come si ricava da documenti del 1812 e degli anni successivi, di un sussidio mensile di 44 lire).
«La barbara morte dei figli – si legge in tale petizione – ha ridotta la povera supplicante [cioè la vedova di Giovanni Pepe al cui sostentamento contribuivano, dopo la morte del marito, i figli Francesco e Giacomo] nell’estrema miseria col carico di due pupilli del di lei figlio Francesco. Nel saccheggio poi seguito nel dì 31 marzo del sopra mentovato anno [1799] in odio della bandiera Francese, che inalberata aveva la Città di Acquaviva, che si distinse sopra ogni altra popolazione in fedeltà, li stessi masnadieri finirono di rovinare la misera supplicante collo spoglio di quanto possedeva».
Incidentalmente si rileva come quanto meno sconcertante appaia – almeno stando a quel che si inferisce da questa dichiarazione – il comportamento della vedova di Francesco Pepe: dopo la morte del marito essa, passata a nuove nozze, come informa il De Ninno (ma non ho potuto accertare quando e con chi), si direbbe si disinteressi dei figli nati dal suo precedente matrimonio se ad essi deve provvedere la nonna paterna. Cosa che – se così fosse – dovrebbe far dubitare che effettivamente possa attagliarsi alla vedova del Pepe la definizione, adoperata sia dal Lucarelli che dal De Ninno, di «donna di alto sentire e di mente elettissima».
(continua)

Francesco Liuzzi