
Termovalorizzatore “Spittelau” di Vienna
La parafrasi della celebre legge enunciata da Antoine Lavoisier contenuta nel titolo, mi sembra perfettamente calzante per introdurre un argomento di grande attualità: l’incenerimento dei rifiuti. La smisurata crescita della produzione di rifiuti a cui si assiste ormai da decenni, pone seri problemi ambientali, sanitari e politico-sociali. L’emergenza rifiuti che attanaglia la Campania, ormai tristemente alla ribalta da qualche anno, non è sicuramente un fenomeno circoscritto a quel territorio. Purtroppo anche la Puglia è in emergenza rifiuti, come ben sanno i cittadini gioiesi. Scampato il pericolo della discarica a Monte Sannace (speriamo!), rimane all’ordine del giorno per il nostro Comune la costruzione di un “termovalorizzatore”, ritenuta una soluzione definitiva al problema dei rifiuti. Ma è davvero così? È davvero una panacea contro i rifiuti e le discariche? Cos’è un termovalorizzatore? Cosa brucia? Che impatto ha sull’ambiente e sull’Uomo? È efficiente dal punto di vista energetico? Può creare occupazione?
Per cominciare, si può definire temovalorizzatore un inceneritore di rifiuti che recupera l’energia termica liberata dalla combustione per altri usi. Esso è composto da una sezione di stoccaggio di rifiuti, da una camera di combustione, da una sezione di post-combustione dove i fumi prodotti subiscono una prima “ripulitura”, da un circuito di “raffreddamento fumi” che permette di recuperarne la loro energia termica e infine una seconda “pulitura” dei fumi con vari tipi di filtri. Il recupero energetico avviene riscaldando dell’acqua che si trasforma in vapore, che può a sua volta fornire calore ed energia elettrica. Un termovalorizzatore, per funzionare al meglio, dovrebbe bruciare preferenzialmente rifiuti con alto potere calorico, come carta, legno e plastica. Rifiuti come vetro e metalli non bruciano e quindi sarebbero comunque destinati a finire in discarica. Tenendo conto che il vantaggio dichiarato di un termovalorizzatore è proprio il recupero energetico legato all’incenerimento, diventa cruciale la resa energetica del rifiuto da incenerire. Una resa termica sufficiente eviterebbe l’uso di un combustibile addizionale per far bruciare i rifiuti e garantirebbe temperature di combustione sufficientemente alte da evitare la formazione di composti altamente tossici come diossine e furani. Nell’immaginario collettivo (di chi non abita vicino un inceneritore), un inceneritore distrugge i rifiuti. In realtà, ne produce altri più pericolosi. Le scorie, le ceneri e i gas prodotti dalla combustione hanno un impatto più devastante dei rifiuti che li hanno originati. La loro composizione dipende dal tipo di rifiuto trattato e dalle condizioni di combustione. I residui solidi (scorie e ceneri) ammontano a circa un terzo, in peso, dei rifiuti bruciati e sono arricchiti in inquinanti come ossido di azoto, ossido di zolfo, diossine, furani e metalli pesanti. Il pericolo non è annidato solo nei residui solidi, che vengono accumulati in discariche per rifiuti speciali, ma arriva anche dall’aria. I gas di combustione, filtrati più o meno efficacemente, contengono, oltre alle sostanze già elencate, polveri sottili e acido cloridrico. La dispersione di tali inquinanti nell’ambiente circostante è particolarmente pericolosa perché contamina il suolo e le falde. Inoltre, diossine, furani e metalli pesanti sono resistenti ai processi di degradazione naturale. Da ciò deriva la loro estrema tossicità, poiché accumulandosi nei tessuti degli animali e trasferendosi da un organismo all’altro lungo la catena alimentare, non fanno altro che accumularsi nell’organismo di chi è alla fine della catena alimentare, ovvero l’Uomo. Alimenti come la carne, le uova e il latte sono tra i principali vettori di composti inquinanti e sono consumati dalla maggior parte della popolazione. Purtroppo, la letteratura medica ha ormai da tempo accertato la più frequente insorgenza di tumori negli abitanti delle aree circostanti agli inceneritori e alle discariche. Il recupero energetico di un termovalorizzatore non deve essere considerato un fatto assoluto. È stato calcolato da alcuni ricercatori del Massachusset Institute of Technology (Boston, USA) che il riciclaggio permette di risparmiare da tre a cinque volte più energia rispetto alla combustione dei materiali, che sfrutta e disperde altre forme di energia. Solo per la plastica è più vantaggiosa la combustione del riciclaggio. Dal punto di vista economico-sociale, il termovalorizzatore crea poca occupazione e ha degli alti costi di manutenzione. Le decine di impiegati necessari per gestire un inceneritore sono poca cosa rispetto alle centinaia o migliaia di posti di lavoro che la raccolta differenziata e il riciclaggio potrebbe offrire a livello locale. Quando si parla di termovalorizzatori, non si può non parlare del fiore all’occhiello della tecnologia dell’incenerimento dei rifiuti: l’impianto “Spittelau” di Vienna. Si tratta di un impianto che brucia rifiuti già frutto di una raccolta differenziata ed è dotato di filtri di alta tecnologia che sono in grado di trattenere quasi tutto il contenuto inquinante dei fumi. Lo “Spittelau” è davvero un modello da seguire? Nel suo rapporto sui siti più contaminati al mondo, Greenpeace annovera la discarica di “Rautenweg” a Vienna. In questa discarica, infatti, vengono riversate le ceneri ricche di diossina trattenute dai filtri dello “Spittelau” e del “Floetzersteig” (secondo inceneritore viennese). L’elevata concentrazione di diossina in questo sito rende la zona di Vienna una vera e propria bomba ecologica. Da quanto visto finora, anche nelle condizioni migliori, l’incenerimento non esclude la discarica e comunque tiene alto il rischio ambientale e sanitario. Un rischio da evitare soprattutto in Italia, il paese con il più alto numero di prodotti tipici riconosciuti (145 Dop e Igp), in cui continua ad aumentare il diffondersi degli agriturismi. Riuscire a difendere questo primato non vuol dire riuscire a garantire delle condizioni ambientali, sociali ed economiche che l’incenerimento manderebbe “in fumo”?