Dalle favole di La Fontaine alla psicanalisi di Freud
L’epocale mutazione nella nostra Società



Collezione Angelillo - Donvito

La vita, da sempre, è stata un evolvere continuo propiziato da indispensabili stimoli migliorativi che l’hanno resa sempre difforme da quella consolidata. Dagli ultimissimi decenni appena trascorsi del secondo millennio stiamo assistendo, però, a cambiamenti epocali del “modus vivendi” che rendono del tutto obsoleto quanto, appena pochi lustri prima, costituiva validata costumanza di vita.
L’anno come unità di misura temporale, si è sostituito al secolo. Oggi tutto è velocemente mutabile. Al concetto, vigente da sempre, di miglioramento di vita con gradualità nel cambiamento, è subentrata, prepotentemente, la mutazione veloce e schizofrenica obbligata dalla tecnologia evolventemente imperante e dall’inflessibile esigenza del profitto dell’economia imprenditoriale. Per questo stressante ritmo, nonostante siano state contratte le distanze grazie ai veloci mezzi di trasporto ed ai supporti informatici, i cellulari ne costituiscono evidenza, tutti, paradossalmente, avvertiamo un isolamento affettivo, pur vivendo, fisicamente e fonicamente, a contatto con tanta gente.
Tecnologia e profitto hanno ingenerato anche il consumismo, basato sul superfluo conseguito con tanta facilità, decisamente antitetico al necessario conseguito con tanto sacrificio. Oggi, pur mitigato per dottrina freudiana il concetto di sacrificio-sofferenza, siamo costretti, ancora paradossalmente, ad un’affannosa e continua corsa, sacrificandoci, perché dobbiamo guadagnare di più, per spendere di più e, quindi, per soddisfare le continue esigenze dell’economia industriale sì da non essere tacciati da politici ed opinionisti come fra i responsabili dei traballanti conti economici dell’imprenditoria e, conseguentemente, della crisi occupazionale giovanile. A metà del secolo scorso a Gioia, durante la mia infanzia, non esistevano né frenesia né consumismo: quasi tutti si era pervasi da un ritmo umanamente governabile di sopravvivenza condita con il necessario e supportata da elevati valori famigliari, sociali, morali e religiosi, antitetici all’odierno materialismo.
C’era il lavoro con le sue sopportabili cadenze; c’era il conseguente svago, centellinato e, pertanto, auspicato e gradevole; c’era la disponibilità temporale per gustare il calore della famiglia con il piacevole riunirsi fra parenti, con il cadenzato ed armonioso scambiarsi visite e salottare; c’erano le intime soddisfazioni per pur insignificanti conquiste; c’era il timore di Dio. Si recepiva dai genitori il senso del rispetto per i più grandi, per le persone di cultura e per i superiori, ai quali si parlava con il “Voi”, nella ben definita classe sociale; si pativa l’esemplare e formativo castigo quando la terapia associativa di cui alla dottrina generale delle nevrosi di Sigmund Freud, elaborata nei primi decenni del 1900, non aveva ancora attecchito; si percepiva il “no” secco dei genitori che si sarebbe poi imparato a ripetere, al momento opportuno, in famiglia ai nostri figli e nel mondo lavorativo, instaurando il sano concetto che “non tutto e sempre è dovuto”; si era educati al religioso concetto di “fioretto” proposto dal parroco, il sacrificio della rinuncia ad un qualcosa di piacevole e, spesso, pur necessario; si gustavano i modesti ed utili regali, graduati per sporadiche occasioni, che raramente sostituivano il secco “hai fatto il tuo dovere” pronunciato dai genitori in occasione del conseguimento di pur soddisfacenti ed importanti risultati scolastici dei figli; si viveva nelle ristrettezze, a volte più pedagogiche che effettive, e nella saggezza del saper aspettare e, meglio ancora, del sapersi accontentare di quanto si possedeva, consapevoli che le conquiste dell’ascesa sociale costituivano un dovere auspicabile piuttosto che un diritto acquisito; si svolgeva il proprio ruolo nella consapevolezza che nel tempo, maturati gli eventi, ci sarebbe stato accesso ad altra posizione, nel rispetto del ciclo naturale: il “rispettare”, per noi adolescenti, si sarebbe mutato, con gli anni, nell’”essere rispettati”. La formica non la cicala, nel tempo trascorso, costituiva esempio da imitare, come c’insegnava Jean de La Fontaine in una delle sue favole esopiche a sfondo morale e gnomico, scritta agli inizi della seconda metà del 1600, che costituiva per noi ragazzi, ai primi passi della conoscenza della lingua francese, obbligatorio esercizio mnemonico della nostra adolescenza. Non esistevano pretese, né diritti, né contestazioni; oserei dire, forse, neanche desideri, ma quotidiano senso del dovere spinto, senza essere rassegnati. Bisognava sacrificarsi e soffrire per conquistare qualunque cosa, anche un nonnulla, ingenerandosi in tutti irrequiete e vibranti emozioni leopardiane solamente nel pregustare il tanto agognato senza averlo ancora posseduto.
“La più bella abitudine è quella di non contrarne alcuna” era il motto che udivo sovente in casa da piccolo, mutuato dall’”Emile” di Jean Jacques Rousseau, fautore dello stato naturale piuttosto che sociale dell’uomo, che prefigurava il nulla quale presupposto dell’esaltazione della felicità a valle del conseguimento anche di un’inezia. Tutto questo, oggi, è desueto giacchè, nel volgere di qualche lustro, si sono invertite le tradizionali costumanze sociali, ingenerando enormi difficoltà in tutti: i figli, i giovani, ancorché incolpevoli della mutazione, devono lottare tenacemente per conseguire il proprio inserimento nel mondo occupazionale, bandendo scoramenti e depressione, mentre i genitori, gli anziani, non privi di responsabilità del cambiamento, devono ritirarsi, intelligentemente e faticosamente, bandendo sentimentalismi, abitudini e ricordi. Tutti, genitori e figli, dobbiamo soffrire per riuscire vincitori e tutti, inevitabilmente, dobbiamo saper cogliere questa opportunità, trasformando il maleficio in beneficio, supportati dall’antico adagio in vernacolo gioiese “iàcchie u mònac a cast e pìgghil a riis”. Ma è proprio giusto adeguarsi? Per i giovani è in ballo la loro vita, la stessa futura umanità, mentre per noi anziani, più deboli e a volte cocciutamente tradizionalisti, è in ballo l’esclusione dal tessuto sociale anche se, adeguandoci, potremmo sprofondare in crisi d’identità atteso che la mutazione di vita in atto è pregna di valori del tutto antitetici a quelli della nostra formazione, della di cui efficacia siamo convinti assertori per validazione consolidata!
Tutti, figli e genitori, giovani ed anziani, dobbiamo allearci e fare quadrato per procedere decisi, coesi e senza tentennamenti verso percorsi apparentemente diversi ma, di fatto, convergenti sull’unico obiettivo della sopravvivenza, stimolati e confortati dall’adagio latino “Vae Victis” – “Guai ai Vinti”.

Il Grillo Scrivente