La tragedia della famiglia De Bellis

Collezione Angelillo - Donvito
L’aspetto più drammatico delle guerre del Novecento è stato il progressivo coinvolgimento della popolazione civile nelle vicende belliche, con conseguente aumento del numero complessivo delle vittime. Se infatti, ancora negli anni delle guerre napoleoniche, poteva accadere che la belligeranza non coinvolgesse direttamente la vita dei cittadini non coscritti o non arruolati, dalla Grande Guerra in poi ciò è diventato pressoché impossibile, cosicché, come giustamente fa notare E. Hobsbawn, un romanziere che avesse voluto ambientare la sua trama in una qualsiasi città europea degli anni 1914-18, non avrebbe in alcun modo potuto ignorare lo svolgersi del conflitto (Cfr. IL SECOLO BREVE, Arti Grafiche, Bergamo, 1997, pag. 60). E infatti, nel passare in rassegna i nomi dei morti delle guerre mondiali, si riscontra purtroppo un gran numero di civili, vittime dei bombardamenti, delle carestie ma anche degli stupri e dei turpi piani di pulizia etnica.
Fra costoro va annoverata anche una sfortunata famiglia gioiese, i De Bellis, periti nell’incursione aerea compiuta dall’aviazione germanica su Bari la sera del 2 dicembre 1943, episodio non noto ai più anche se di notevole importanza. Il quadro storico in cui si colloca è assai complesso. Sono i mesi successivi all’armistizio, dichiarato ufficialmente nel tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943 dal capo del governo, Maresciallo Badoglio. L’Italia era divisa in due: una gran parte del Mezzogiorno era libera, mentre il resto del Paese si trovava sotto il controllo della Germania e della Repubblica di Salò. Bari ricadeva nell’area conquistata dagli alleati e godeva quindi di una relativa libertà: difatti qui si svolse poco meno di due mesi dopo, precisamente il 28 e 29 gennaio 1944, il primo congresso del Comitato di Liberazione Nazionale, ove si prese la decisione di indire un referendum, una volta cessate le ostilità, per stabilire il futuro assetto istituzionale dello Stato; qui rinacquero la stampa e la radio libere; qui si compirono, insomma, alcuni dei passi decisivi verso la formazione della Repubblica italiana. Ma qui vi era pure un porto di discreta rilevanza strategica, ove in quei mesi erano attraccate numerose navi alleate, delle quali almeno una, la “John Harvey”, disponeva di un ingente quantitativo di iprite, un gas tossico adoperato dai tedeschi già nel corso della prima guerra mondiale, nella città francese di Ypres (da cui il nome). Fu proprio questa unità il bersaglio principale dell’operazione militare, i cui effetti furono disastrosi: come riferì un testimone diretto, il marinaio Zanchi, “il deposito della nave [la Harvey] saltò in aria; […] quella fu una notte apocalittica per tutta la città di Bari. Lo specchio di mare del porto e dell’avanporto fu letteralmente invaso dalle fiamme. […] Molte vittime furono lamentate anche tra la popolazione civile, proprio a causa dei gas sprigionati” (questa e altre testimonianze sono riportate sul sito www.prevato.it). Difatti la micidiale miscela gassosa che ne scaturì invase dapprima la città vecchia, poi il territorio circostante, provocando numerosi decessi che si aggiunsero a quelli causati direttamente dal bombardamento: alla fine si contarono circa 1.500 vittime. Per quanto riguarda il naviglio, le navi statunitensi affondate furono 17, 8 quelle seriamente danneggiate, ma anche alcune unità navali italiane furono messe fuori uso, tra cui la celebre motonave “Barletta”. Le possibilità operative del porto risultarono, inoltre, pesantemente compromesse per almeno tre settimane (Ibidem). Per gli alleati le perdite si rivelarono dunque assai gravi, inferiori solo a quelle patite durante l’attacco a Pearl Harbor, ma se si considerano gli effetti, anche sul lungo periodo, dell’invasione della nube tossica in città, l’episodio assume una gravità ancora maggiore, tanto da far guadagnare al capoluogo pugliese il triste primato di maggior teatro di guerra chimica del secondo conflitto mondiale. Ciononostante, il governo di Washington non volle ammetterne la reale portata, anche perché – così si disse – non intenzionato a rivelare il possibile imminente impiego di potenti armi chimiche sul suolo italiano (sull’argomento cfr. anche D. Notarangelo, 2 DICEMBRE 1943, IL DISASTRO AEREO SU BARI, La Piazza, Sammichele, n. 1 del 2004).
Tra i civili caduti, come si è detto, anche i componenti di una famiglia originaria di Gioia: la signora Nietta De Bellis, di anni 43, e i figli Lia, di anni 18, Angelo, di anni 15, Stellina, di anni 5, e Gennarino di anni 4, che attualmente riposano nel piano interrato del cimitero monumentale di Gioia: i loro loculi difficilmente passano inosservati, in quanto disposti in maniera particolare, a mo’ di croce, completata dall’urna dell’unico scampato alla tragedia, il padre Vito, morto nel 1978.
Ma il numero dei civili gioiesi periti durante il conflitto avrebbe potuto essere ben più pesante se, la notte tra il 25 e il 26 giugno dello stesso anno, gli aerei anglo-americani avessero bombardato Gioia e non Sannicandro, come invece avvenne. Il penoso bilancio finale ammontò a 87 vittime, una vera catastrofe per una cittadina che fino a quel momento, come racconta V.U. Celiberti, aveva conosciuto la guerra solo in modo indiretto, essendo rimasta “ai margini della storia” (Cit. DA MONTE SANNACE A GIOIA – STORIA DI DUE CITTA’, Editrice Tipografica, 2002, pag. 363). A lungo si è ritenuto che il vero obiettivo dell’attacco fosse l’aeroporto di Gioia, non individuato dai bombardieri forse perché coperto, quella sera, dalla nebbia. Dello stesso avviso furono i cittadini gioiesi, i quali sentirono tanto il rumore degli aerei quanto il suono della sirena che annunciava il bombardamento, ma quando poi uscirono dal rifugio e videro le loro case intatte pensarono ad un miracolo, oppure ad un tragico anche se propizio, almeno per loro, “scambio di campanile”. Tuttavia più di recente questa ipotesi è stata scartata poiché si ritiene che l’aerostazione potesse servire agli alleati, che proprio in quelle settimane stavano conquistando le estreme propaggini meridionali della penisola, sia per i rifornimenti logistici sia per le partenze dei bombardieri. Più verosimile sembra l’ipotesi che l’errore si sia verificato, ma che a beneficiarne sia stata Santeramo, sede di una polveriera, e non Gioia (Ivi, pag. 373).
Oltre a quanto detto in precedenza, va aggiunto che altresì nel nostro comune e in tutta la provincia non mancarono scontri, anche piuttosto cruenti, tra le truppe tedesche e le improvvisate ma valide formazioni partigiane locali, nei giorni immediatamente successivi all’armistizio: l’episodio più drammatico in proposito fu la fucilazione di undici guardie municipali e due netturbini a Barletta il 12 settembre 1943 (Cfr. V. A. Leuzzi, L’8 SETTEMBRE 1943 IN PUGLIA E BASILICATA, DOCUMENTI E TESTIMONIANZE, Edizioni dal Sud, Modugno, 2003).
I drammi non terminarono, purtroppo, dopo il dicembre del ’43, ma il pesante e ingiusto sacrificio della famiglia De Bellis resta unico nella sua inconsueta gravità, e rappresenta una sorta di versione civile di “salvate il soldato Ryan”, anche se in questo caso nessun generale magnanimo avrebbe potuto ritirare il solo superstite di quella famiglia dal fronte, perché il teatro della guerra per ogni cittadino non era più solo la trincea, come era accaduto in genere in passato, ma la propria città, la propria strada, la propria casa.
Questa tremenda trasformazione derivava principalmente dall’impiego dell’aviazione come mezzo di guerra, un mezzo che se poteva contribuire a limitare le perdite fra le forze di chi attaccava, aumentava inevitabilmente quelle di chi subiva. Eppure, a dispetto di questa ovvia considerazione, negli ultimi anni qualcuno ha coniato la paradossale espressione di “bombardamento umanitario”, contro la quale sembrano calzanti le parole pronunciate dallo stratega Townshend nel 1921: “in considerazione delle accuse di barbarie rivolte agli attacchi aerei sarebbe opportuno pensare a salvare le apparenze, formulando regole più blande e limitandoli, formalmente, agli obiettivi di carattere strettamente militare […], per evitare di porre in luce la verità che la guerra aerea ha reso obsolete e impossibili siffatte restrizioni” (rip. in E. Hobsbawn, OP. CIT., pag. 33).