Un eroe: che viva!

Quella che stiamo per narrarvi è la storia di un giovane eroe di Sammichele, vissuto in un’epoca in cui il concetto di Patria racchiudeva in sé nobili significati e l’onore suscitava viscerali passioni. Rievocheremo l’eroica azione di un ragazzo che vide la propria esistenza spezzarsi in difesa del suolo patrio, a soli 24 anni, età in cui i tenui chiarori dell’alba cedono il passo ad un giorno radioso. Questo giovane, appartenente ad una delle più agiate famiglie sammicheline, scelse di onorare quel tricolore che un Generale austriaco aveva deciso di umiliare.
Il Capitano Francesco Dalfino.
Procediamo con ordine. Il conflitto esplode, mentre l’Europa è divisa in due blocchi politico-militari: da un lato, la Triplice Alleanza, dal carattere meramente difensivo, stipulata tra Impero Austro-Ungarico, la nazione tedesca e l’Italia.
Dall’altra parte si risponde con la Triplice Intesa, con analoghe clausole, tra Francia, Gran Bretagna e Russia.
La tensione è già al suo culmine, quando a Sarajevo, il 28 giugno 1914, uno studente serbo esplode colpi di pistola all’indirizzo dell’Arciduca d’Austria. Francesco Ferdinando muore. La misura è colma. L’Austria impone alla Serbia un ultimatum. Il 29 luglio 1914, il conflitto esplode. Nel mese di agosto, in Europa ci si dichiara guerra a vicenda. E’ la Triplice Intesa contro la Triplice Alleanza. E l’Italia?
Il Gen. Cadorna, di sentimenti filo-austriaci, è nominato Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Per un anno, il nostro Paese resta neutrale nel conflitto. Siamo, tuttavia, corteggiati dai violini viennesi, affinché l’Italia entri in guerra a fianco dell’Austria. Si fanno promesse territoriali al Governo Salandra.
Frattanto, in gran segreto, pochissime personalità, contrattano a Londra un nostro cambio di alleanza.
In aprile 1915, l’Italia sottoscrive il Patto di Londra che sancisce il cambio di Alleanza e l’ingresso in guerra del nostro Paese, il 24 maggio, al fianco della Triplice Intesa. Per l’Austria, noi italiani siamo semplicemente volgari traditori. E i traditori si uccidono.
L’offensiva tricolore si estende dal Passo dello Stelvio al fiume Isonzo sino al mare. E’ un territorio aspro, pieno di massicci alpini, con le guglie dolomitiche ed i ghiacciai dell’Ortles e dell’Adamello. Si scavano gallerie. Sulle cime di Lavaredo si piazzano cannoni e i fari per i tiri notturni. Nascono imprese alpinistiche leggendarie. E’ sul fiume Isonzo, tuttavia, che divampa la guerra. Questo corso d’acqua, lungo 140 Km, nasce in Slovenia e termina tra Monfalcone e Grado. Per Cadorna, impossessarsene significa spalancare le porte su Gorizia e Trieste. Gli Austriaci lo sanno. Erigono sul fiume uno sbarramento difensivo imponente. E l’Isonzo diviene la nostra ossessione. Tra il 1915 ed il 1916, si susseguono ben nove nostre offensive. Senza alcun risultato. L’Italia tinge del rosso del suo sangue le acque di quel maledetto fiume: 120.000 morti! Un tributo enorme!
Gli Austriaci, visto lo stallo perdurante sull’Isonzo, elaborano un progetto d’alta strategia militare. Lo affidano ad un uomo che nutre un viscerale odio verso l’Italia: il Capo di Stato Maggiore Austriaco, Feld Maresciallo Conrad Von Hotzendorf. La chiamano “Strafexpedition”, Spedizione Punitiva. E’ una delle più imponenti azioni belliche della storia. Gli italiani devono rimanere impegnati sull’Isonzo, per un verso. Da un altro versante, l’Austria fa affluire altre 18 Divisioni e attacca su due fronti: la Val d’Adige, in direzione Verona, e la Valsugana, in direzione Bassano. L’obiettivo è cogliere gli italiani alle spalle, chiuderli in una morsa a tenaglia, sconfinare lungo la pianura veneta e di lì piombare sulla pianura padana. Sono pronti 400 mila soldati austriaci e 2000 bocche di fuoco. L’operazione ha inizio il 15 maggio 1916. Gli Austriaci lanciano un poderoso attacco su tutti i fronti. Una formidabile onda d’urto s’infrange ogni volta contro una titanica resistenza italiana. Le truppe austriache sono equipaggiate e addestrate alla guerra sui monti, come gli italiani. A leggere i Bollettini di guerra si coglie l’impressione di una battaglia fra giganti. Alla fine di maggio, quando è ormai chiaro che la Strafexpedition sta fallendo, viene emesso il seguente Bollettino di guerra dal Comando Supremo: “nella notte tra il 28 ed il mattino seguente, l’avversario rinnova, contro le nostre posizioni tra l’Adige e Vallarsa, ostinati e sanguinosi attacchi costantemente infranti dalla tenace resistenza delle intrepide truppe della 37° Divisione”. Gli ultimi colpi di coda. A Sogli di Campiglio, alle pendici del Monte Pasubio, il Capitano Francesco Dalfino da Sammichele di Bari, regge il timone della 4° Compagnia Bari, del 217° Reggimento di Fanteria. Quella notte maledetta, le postazioni italiane sono attaccate con inaudita violenza. S’incendia il cielo, sotto i bombardamenti regolari dell’artiglieria e dell’aviazione. Continue raffiche di mitragliatrici fendono l’aria. Pallottole vaganti come messaggi di morte transitano ad altezza d’uomo e colpiscono gli elmetti dei soldati con sinistri zufolii e frulli mortali. In trincea, muoiono come mosche. E devi resistere: è un ordine! Anche se la trincea si trasforma in un’infernale trappola di fango, una fossa ove convivi col puzzo dei cadaveri. E i cadaveri non puoi rimuoverli, perché i cecchini nemici non aspettano che questo. Sono tiratori formidabili, loro. E vedi i tuoi soldati abbrutirsi, sopportare lunghe ore senza cibo né acqua. Qualcuno piange. Chiama la mamma, come un bimbo.
Il Capitano Dalfino certe cose le sa. A soli 24 anni, egli è l’Ufficiale di grado intermedio che si trova più a stretto contatto con i soldati. Guida gli assalti in prima persona e ne risponde al suo Colonnello. Dirige l’azione dei propri reparti. Si sposta di continuo lungo un fronte di centinaia di metri di trincea, ordinando attacchi e decretandone la cessazione. Solo un alto sentimento patriottico può spingerlo.
Sorge l’alba del 29 maggio 1916. Nulla cambia. All’ultimo assalto nemico, il Capitano Dalfino chiama i suoi all’ultima resistenza. Alla disperata. Come sempre, avanza per primo e… cosa sono quei rivoli di sangue che bagnano la sua divisa? D’improvviso, sente venir meno le forze. Le gambe cedono e…
Perché tanto odio? Nelle trincee di tutte le guerre, le risenti le voci di quei ragazzi, le preghiere, le urla e i pianti. Ti si appiccicano all’anima. Cosa resta, se non un impasto di fango e carne che d’umano non ha più nulla? Non si era detto che siamo figli di Dio?
Giace, ora, esanime l’eroico Capitano. Anche il suo ultimo respiro ha donato alla Patria. Per ogni corpo inferto a quel figlio, un rigagnolo di sangue cola da un cuore di mamma. I genitori, Avv. Cesare Dalfino e Signora Giulia Rotondo, i fratelli e le sorelle, sono allo schianto. Sul “Corriere delle Puglie” del 6 luglio 1916, il Colonnello Comandante il Reggimento porge le “le più vive condoglianze” e precisa che “ la gloriosa morte dovè essere immediata, date le molteplici ferite, tra le quali una gravissima all’addome”.
Il Capitano Francesco Dalfino, volontario nella campagna di Libia e decorato una prima volta, riceve una seconda medaglia al valore con la seguente motivazione: “ a stretto contatto col nemico e sotto il suo violento fuoco percorreva il fronte della compagnia, incorando il proprio reparto con l’esempio e con la voce, dopo averne ordinato l’assalto”.
Sammichele, 17 dicembre 1923. Ore 14,30. Stazione delle Ferrovie Sud-Est. Un convoglio giunge da Bari. Trasporta, per il suo ultimo viaggio, i poveri resti del giovane Capitano. Ad accoglierli, accanto agli alti onori militari, c’è la banda di Acquaviva che intona l’Inno del Piave. Tutta Sammichele è lì. Il silenzio è l’unica voce del dolore. La bara è sommersa di fiori. C’è il saluto recato dal Regio Commissario del Comune, Cav. Monetti e dal Dott. Vittore. Il corteo funebre, con a capo la famiglia, si dipana. Il feretro è portato a spalla da 4 combattenti decorati al valore. Sono presenti le massime autorità civili e militari. La Chiesa Matrice ha i paramenti a lutto. Il Sac. Angelo Maggipinto officia il rito funebre. Un commosso ricordo personale è tenuto in Chiesa dall’insegnante elementare dell’estinto, Prof. Masiello e dall’amico di infanzia, Nicola Mancino.
E mentre le spoglie dell’Ufficiale venivano poste nel Sacello, la sorella di Francesco, Maria Dalfino, Apula Flava, così cantava. “Chi fu, chi fu? Io piango ed affannosa lo invoco, lo richiamo e non mi sente; ne lo squallido vuoto pensierosa lo cerco a lungo ed io non trovo niente, penso alla vita sua…gioie lontane…tremo che un triste oblio possa passar. No, ch’Egli viva!”